Wednesday, March 29, 2006

Cittadinanza Usa a milioni di illegali. Al senato una legge che fa discutere


di STEFANO BALDOLINI
Europa quotidiano, oggi mercoledì 29 marzo 2006.

«Non un’amnistia, ma una cittadinanza guadagnata ». Con queste parole il senatore repubblicano dell’Arizona, John McCain, prova a difendere la proposta di legge sull’immigrazione approvata lunedì scorso dalla commissione giustizia del senato.
Decisamente meno cauto il senatore democratico del Massachusetts, Edward M. Kennedy: «Tutti gli americani che volevano giustizia l’hanno finalmente ottenuta».
La proposta, passata con un voto bipartisan, contiene punti importanti. Chi è negli Stati Uniti prima del 2004 può mettersi in regola pagando una multa di duemila dollari e diventare cittadino americano dopo aver lavorato per sei anni. Inoltre, fornire aiuto agli immigrati illegali non può essere considerato un reato.
Il programma – che prevede di regolarizzare circa 400.000 clandestini all’anno – è senza dubbio un’accelerazione in direzione liberal rispetto alle intenzioni della Casa Bianca. Che voleva istituire la figura dei “lavoratori ospiti”, ed escludeva la possibilità della cittadinanza.
Così come la scelta di non punire chi aiuta i clandestini, si configura come una bocciatura della linea dura adottata alla camera.
Dove era passata la cosiddetta legge Sensenbrenner (deputato repubblicano del Wisconsin) che prevede di trasformare in un reato penale l’immigrazione illegale. Oltre al contestato muro di migliaia di km tra Usa e Messico.
Il mutamento di rotta, dovesse resistere agli assalti dei senatori repubblicani più conservatori, è l’ennesimo grimaldello all’interno del Grand Old Party, già abbondantemente spaccato sulla nomina alla Corte suprema di Harriet Miers e dalla vicenda dell’acquisizione di alcuni dei maggiori porti Usa da parte del Dubai.
Di qui la cautela del senatore McCain, e gli appelli ad «un civile e dignitoso dibattito» di George W. Bush. «L’America è una nazione di immigrati» – ha dichiarato alla radio solo sabato scorso – e gli illegali «sono lavoratori seri che hanno impieghi che gli americani non vogliono e contribuiscono così alla vitalità economica del nostro paese».
Parole in linea con quel “conservatorismo compassionevole” teorizzato da Marvin Olasky, e orientate a recuperare consensi tra le comunità ispaniche, la principale minoranza etnica negli Stati Uniti, ma lontane dalla base del partito. Che invece sbandiera rapporti come quello del Centre for immigration studies, secondo il quale gli illegal workers stanno spingendo i cittadini americani con pari grado di istruzione alla disoccupazione: circa tre milioni in meno dal marzo del 2000, rispetto al milione e mezzo in più di clandestini nello stesso periodo, impegnati nei cosiddetti low-skilled jobs.
Così a rilanciare in senato la linea Sensenbrenner sarà il leader della stessa maggioranza, Bill Frist.
Contro tale eventualità, nei giorni scorsi sono scesi in piazza messicani e immigrati illegali di ogni lingua ed etnia. In cinquecentomila solo nella Los Angeles di Antonio Villaraigosa, il primo sindaco “latino” da oltre un secolo, nel “Day Without an Immigrant”, (il riferimento è al film “A Day Without a Mexican” che un paio d’anni fa simulò la vita dei ricchi californiani sconvolta dal mancato apporto dei lavoratori latinos).
E prima di Los Angeles, in migliaia erano sfilati a Phoenix, ma anche a Chicago o Milwaukee.
A testimoniare il mutamento della geografia dell’immigrazione, dagli anni ’90 non più confinata nelle regioni tradizionali, ma estesa alle regioni metropolitane e a stati con basse percentuali di stranieri.
In prima linea anche vescovi e leader di diverse confessioni religiose. In un articolo sul New York Times l’arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, prima di partire per Roma per il concistoro, aveva detto ai suoi di prepararsi alla disobbedienza, per difendere il diritto della Chiesa ad assistere gli immigrati.
Tra i democratici, il leader del partito in senato Harry Reid ha minacciato l’ostruzionismo, mentre un’ispirata Hillary Clinton ha accusato i promotori del “giro di vite” di voler «criminalizzare il Buon Samaritano e rendere illegale probabilmente anche Gesù».
Nei prossimi giorni staremo a vedere se, come auspicato dal presidente della commissione giustizia, Arlen Specter, molti dei punti subiranno delle modifiche durante il passaggio al senato, o se si raggiungerà l’ennesimo nulla di fatto. Per ora siamo di fronte ad una parziale vittoria per George W. Bush, che, dopo diversi tentativi, sia nel primo che nel secondo mandato, è finalmente riuscito a imporre la questione all’agenda politica.
Nella “stagione dello scontento” c’è di che accontentarsi.
Con i democratici, secondo un recente sondaggio commissionato da Time, ben nove punti avanti in vista delle elezioni di medio termine del prossimo novembre. E con l’insuccesso delle sue politiche contro l’immigrazione illegale sotto gli occhi di tutti.
In questo senso, secondo un recente rapporto del Pew Hispanic Center il numero degli immigrati clandestini negli Usa è salito a circa dodici milioni. Di questi, 7,2 milioni sono lavoratori senza documenti, pari al cinque per cento dell’intera forza lavoro del paese.
In prevalenza si tratta di messicani. Il flusso incessante ha conseguenze tragiche: ben 415 persone sono morte nei primi nove mesi del 2005 mentre cercavano di attraversare il confine (a poco è servita la “Guida per il migrante messicano”, diffusa non senza polemiche da Vicente Fox). E note paradossali: i clandestini che resterebbero più a lungo anche perché ostacolati dai rigidi controlli lungo la frontiera.
“Forte” di queste cifre, lo stesso Bush si prepara ad affrontare il tema nel vertice di venerdì con il presidente messicano Vicente Fox e il primo ministro canadese Stephen Harper. Scontato che importante sarebbe arrivare a Cancun con un risultato al congresso.
Mentre anche a Ottawa, tradizionalmente meno esposta e più aperta, la questione diventa più calda. Dopo un faccia a faccia televisivo tra l’attuale ministro Monte Solberg e il suo predecessore liberale, Joe Volpe, che ha accusato il governo conservatore di aver aumentato il numero delle espulsioni di immigrati clandestini negli ultimi due mesi.

Thursday, March 23, 2006

Troppo energica, vista dall’Europa, la luna di miele tra Mosca e Pechino

CINA-RUSSIA  GLI ACCORDI RAGGIUNTI TRA PUTIN E HU PREOCCUPANO L’EUROPA PER LA SUA DIPENDENZA DAL GAS RUSSO

di STEFANO BALDOLINI
su Europa di oggi, giovedì 23 marzo 2006

Se è “luna di miele”, come non si vedeva dagli anni ’50, per dirla con il Financial Times, la passione ritrovata tra Pechino e Mosca attende numerose conferme. Al di là dei pur rilevanti risultati ottenuti nel settore dell’energia – la realizzazione dei due gasdotti che entro il 2011 forniranno alla Cina fino a 80 milioni di metri cubi di gas l’anno – e degli impegni reciproci a consolidare l’asse tra i due paesi.
Così ieri Vladimir Putin non ha mancato di rassicurare il presidente Hu Jintao e gli ottocento tra industriali e imprenditori convenuti al forum del business di Pechino.
L’oleodotto che dalla Siberia dovrebbe raggiungere le coste cinesi del Pacifico si farà «senza alcun dubbio», ha dichiarato il presidente russo.
E il suo ministro dell’energia, Viktor Kristenko, ha fissato il 2008 come data per il completamento del progetto, frutto di una joint venture fra la China National Petroleum Corporation (Cnpc) e la Transneft russa.
Ma la determinazione del Cremlino ad entrare tra i principali fornitori di energia del “gigante affamato”, e preoccupato dalla dipendenza da un’area troppo sensibile come quella mediorientale, non ha soddisfatto le aspettative cinesi sul fronte del petrolio, che ha registrato un incremento del quindici per cento dei consumi solo nel 2004 (poco meno di quanto ne consuma l’Italia in un anno).
In questo quadro vanno lette le raccomandazioni di Hu Jintao che ha chiesto «di estendere la cooperazione dal commercio alla produzione e al trattamento» dell’energia. E le precisazioni di Putin: nel 2005 la Russia ha esportato in Cina «più di otto milioni di petrolio ed è diventata il quinto fornitore di fonti energetiche.» D’altro canto, le richieste russe di diversificare gli interscambi tra i due paesi sono andate sostanzialmente disattese. In un’intervista rilasciata prima di partire per Pechino all’agenzia cinese Xinhua, Vladimir Putin ha criticato l’attuale struttura dell’import cinese dalla Russia, troppo sbilanciato nel settore energia e materie prime (oltre l’80%), notoriamente poco affidabili sui mercati internazionali. Inoltre Mosca si lamenta che le sue esportazioni verso la Cina di macchinari e attrezzature si sono dimezzate rispetto al 2004, mentre quelle di Pechino verso la Russia sono aumentate.
«Ci sono passi in avanti dei nostri rapporti commerciali – ha detto Putin nella conferenza stampa a Pechino congiunta con Hu Jintao - ma dobbiamo riconoscere di avere ancora molti problemi».
Naturalmente non mancano le note positive.
Nel 2005, il volume degli scambi commerciali fra i due paesi, basati soprattutto sulla vendita di armi, ha raggiunto i 29,1 miliardi di dollari, segnando il 37,1 per cento in più rispetto all’anno precedente. E la Cina ha annunciato che potrebbe investire sino a dodici miliardi di dollari in Russia entro il 2020, di cui due miliardi in oleodotti e gasdotti.
Inoltre i rapporti politici tra i due vicini sembrano ottimi. Dopo quasi trecento anni di reciproche diffidenze, i due paesi convergono in diverse linee strategiche. Come il nucleare iraniano o la questione nord coreana. Anche se paradossalmente nelle parole dei media cinesi, le relazioni sono «calde ai vertici, ma fredde alla base ». Insomma alla cordialità tra i leader potrebbe non seguire un altrettanto entusiasmo tra i popoli.
Intanto in Europa aumentano le perplessità di fronte alle grandi manovre del Cremlino. La visita monstre in Cina – una delegazione di novantasei funzionari governativi e un migliaio di imprenditori – è stata preceduta, una decina di giorni fa, da un accordo con il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika per avviare una cooperazione nel gas tra i due giganti Gazprom e Sonatrach.
Il tutto avrebbe prefigurato un’”Opec del gas” e un’ipotesi di monopolio a spese del vecchio continente, sempre più spaventato da eventuali riduzioni alle forniture.
Così Putin ha provato a fugare i dubbi, «Mosca è determinata a diversificare le sue capacità nell’export e a trovare nuovi mercati», ma «senza dubbio adempierà agli obblighi assunti secondo tutti gli accordi con tutti i partner, in Asia e in Europa.» Perché come ha ricordato in questi giorni il Vedomosti, il quotidiano economico di riferimento della stampa russa, (è pubblicato in collaborazione con ilFinancial Timese il Wall Street Journal), «non è ancora chiaro dove Gazprom troverà gli 80 miliardi di metri cubi di gas all’anno promessi, e chi pagherà i dieci miliardi di dollari per i due gasdotti dalla Siberia a Shanghai», ma il punto è che «nel 2011, non solo l’Europa ma anche l’Asia sarà dipendente dal gas russo.».

Tuesday, March 21, 2006

Brutto il 2005, ma la Ue più larga è più competitiva

Dal Lisbon Scorecard VI, il rapporto annuale del Centre for European Reform presentato ieri da José Manuel Barroso, emerge un’Europa più tonica, nonostante i rovesci del 2005.
di STEFANO BALDOLINI
EUROPA QUOTIDIANO, martedì 21 marzo 2006

Crescerà ancora l’economia europea? Archiviato il 2005, l’annus terribilisper il processo d’integrazione, si riparte da Lisbona, dalla strategia concordata nel 2000 per portare l’Unione ad essere l’area più competitiva del pianeta entro il 2010.
Ebbene, nonostante lo stop franco olandese nei referendum sul trattato costituzionale, le paure crescenti legate all’allargamento ad est, gli alti livelli di disoccupazione, nell’eurozona si dovrebbe respirare una moderata fiducia.
Èquanto emerge dal Lisbon Scorecard VI, rapporto annuale del Centre for European Reform (think tank londinese) presentato ieri da José Manuel Barroso in vista dello Spring Summer del 23 e 24 prossimi.
«Molte tendenze sotto traccia sono positive.
– scrive Aurore Wanlin, l’autrice del documento – Lentamente, ma con regolarità, l’Ue sta facendo progressi in molte delle aree coperte dall’Agenda di Lisbona.» E proprio la competizione apportata dai nuovi membri, è uno dei fattori propulsivi della nuova Europa. Insieme alla globalizzazione, e all’emergere dei paesi asiatici. Così il duro confronto con il presente, sta producendo ciò che decenni di «angosciosi dibattiti» non hanno ottenuto: «costringendo gli europei ad accettare la realtà».
Con le economie a lenta crescita come Germania, Italia e Francia, «messe sotto pressione».
Altro sintomo positivo, «l’ondata di fusioni trans-frontaliere», che dimostrerebbe «l’impatto del mercato unico». A dispetto del riemergere dei nazionalismi economici e dei tentativi di proteggere i cosiddetti campioni nazionali. A sostegno, il rapporto cita il Financial Times. «Nei primi due mesi del 2006, – scriveva la voce della City lo scorso 14 febbraio – il valore degli accordi sovranazionali annunciati in Europa ha toccato quasi 173 miliardi di dollari», il livello più alto dal 2000, dai fasti della new economy.
Naturalmente, non mancano le note dolenti, come il tasso di disoccupazione fermo al dieci per cento in diversi paesi guida, la crescente tensione sociale tra la popolazione. Alla liberalizzazione delle telecomunicazioni non segue l’apertura nel settore dell’energia.
E una crescita del 27 per cento in meno del Pil pro capite nei quindici vecchi membri (Eu-15) rispetto agli Stati Uniti, è solo uno tra gli indicatori che dovrebbero far riflettere. «Ma ancor più preoccupante – si legge nel rapporto – è lo stallo nella produttività, la base della crescita.» Nonostante questo quadro, e il fatto che le necessarie riforme strutturali siano bloccate dalla carenza di fondi (non ultima la circostanza che 12 dei 25 paesi abbiano deficit pubblici pari o eccedenti il tre per cento rispetto al Pil, come fissato nel patto di stabilità), «tutti i paesi Ue hanno fatto qualche progresso nella riforma del loro mercato del lavoro e del welfare negli anni recenti».
Questo, insieme al calo dei salari, «ha creato le condizioni per un iniziale recupero dell’eurozona.
» Recupero che però è necessariamente legato alle politiche nazionali. In questo senso il Cor ci va giù duro. Uno dei problemi fondamentali è stata la «carenza di appropriazione politica» dell’agenda da parte degli stati membri. «L’Unione può fissare obiettivi, incentivi, o raccomandazioni », ma questo risulta inutile se «Lisbona non è neppure menzionata» dai politici.
E a proposito dei paesi, il rapporto divide tra buoni (heroes) e cattivi (villain) in funzione delle performance economiche. Cinque gli indicatori strutturali di riferimento, in linea con gli elementi chiave di Lisbona. Innovazione, liberalizzazione, imprenditorialità, occupazione e inclusione sociale, sviluppo sostenibile e ambiente.
La classifica «conferma la superiorità dei paesi nordici», con Danimarca e Svezia in testa secondo tutti i parametri analizzati, e l’Austria al terzo posto. Al «modello danese», studiato dagli economisti di tutto il continente (nel 2004 un tasso d’occupazione del dodici per cento superiore alla media europea), fa da contraltare la Polonia, che ha scalzato l’Italia dall’ultima piazza. Per Varsavia, decisive la povertà diffusa e la bassa occupazione (solo il 52 per cento della popolazione in età da lavoro), ma anche l’avvento al governo della destra populista e protezionista, che dovrebbe rallentare il processo di riforme.
Tra gli altri, tengono Regno Unito (quarto) e Paesi Bassi (quinti). Dovrebbero fare qualcosa in più Francia (ottava) e Germania (decima). Male i paesi mediterranei, come Grecia e Portogallo e Spagna. Rimane nelle ultime posizioni l’Italia, buona quart’ultima in competitività davanti a Romania e Bulgaria.

Thursday, March 16, 2006

Contro ogni “delirio semantico”, la nuova Argentina non vuole più piangere

Stefano Baldolini
Europa quotidiano di oggi, giovedì 16 marzo 2006
«Il generale Videla mi ha fatto un’ottima impressione. E’ un uomo colto, modesto e intelligente». E’ il 16 maggio del 1976 e il romanziere Ernesto Sabato è intervistato all’uscita dalla Casa Rosada. Non sono passati due mesi dal golpe.
Sette anni dopo, nel rapporto della commissione Sabato sui desaparecidos, si legge: «La lotta contro i sovversivi si trasformò in una repressione generalizzata e demenziale. Nel delirio semantico, le accezioni che il termine assumeva erano molte». Veniva colpito tanto chi incitava alla rivoluzione sociale, quanto i giovani o i sacerdoti che frequentavano le villas miserias per dare aiuto ai loro abitanti. I dirigenti sindacali o i giornalisti non asserviti.
Se c’è un continente in cui ogni commento è superfluo e basta mettere in fila i fatti per far emergere l’assurdo, questo è il Sudamerica. Se c’è un paese del Sudamerica in cui l’assurdo s’è fatto «delirio semantico», questo è l’Argentina.
La cui vicenda – dagli anni ’30 del secolo scorso ad oggi - è raccontata, ma sarebbe meglio dire decostruita e rimontata con il consueto stile asciutto, da Italo Moretti nel suo L’Argentina non vuole più piangere, (Sperling & Kupfer Editori 2006).
A quattro anni da I figli di Plaza de Mayo, l’esperto di America latina riparte proprio dal golpe del 24 marzo 1976. Un evento da molti considerato «inevitabile». Così oggi non possono non sconcertare le reazioni a caldo del Clarín, «le forze armate hanno deciso di intraprendere un cammino certamente duro ma ineludibile», o del Washington Post, per cui «meritano rispetto il patriottismo dei generali e il loro tentativo di salvare una barca che stava affondando». E sorprende la capacità di dissimulazione del regime. Nelle parole dello storico Halperín Donghi, «Quando la gente si accorse però di essersi sbagliata, vigeva già il terrore. Si aspettava un chirurgo ed era arrivato un gruppo di macellai». Macellai sofisticati, almeno dal punto di vista linguistico.
Ecco dunque il Proceso de reorganicación nacional, «eufemismo usato per anni onde evitare termini ritenuti troppo crudi, come quello di regime militare», scrive Moretti. O il traslado, il trasferimento nelle carceri segrete, che diviene «sinonimo di morte». O la stagione della plata dulce, dei frutti (per pochi) della speculazione prodotti dalla deregulation economica.
Passati in rassegna il mea culpa dei vescovi, le responsabilità esterne (in primis gli Stati uniti di Kissinger che invita il regime a sbrigarsi con le esecuzioni, prima dell’avvento del democratico Carter), esauriti gli angoli oscuri (la vicenda Gelli), le parole tornano ad avere un senso quando la revolución productiva di Carlos Saúl Menem si traduce nella Gran Estafa, la Grande Truffa.
Quella della parità fissa tra peso e dollaro, che porta in dieci anni al raddoppio della disoccupazione e all’incremento record del debito, salito da 60 a 144 miliardi di dollari. Anche in questo caso sorprende la cecità della comunità internazionale. «Il caso Argentina diventa un modello esemplare che all’estero desta stupore e ammirazione e riscuote l’applauso del Fmi», scrive Moretti.
Intanto il “recupero semantico” trascende nell’estallido social, nell’esplosione sociale della notte del 19 dicembre 2001, quando la popolazione esasperata dalle politiche di Domingo Cavallo, prende d’assalto edifici pubblici e supermercati.
Il resto è storia recente, è «l’Argentina del cambiamento» che riscopre i diritti umani, che si getta alle spalle il default finanziario e salda il debito con il Fmi. Il paese di Néstor Kirchner, che nasce nel 2003 da un’elezione «indicativa del cataclisma politico e istituzionale». In cui i tre candidati principali «esprimono le trentennali divisioni del peronismo senza Péron».
Perché per capire il paese, e fors’anche l’evoluzione del continente, sempre da lì bisogna partire, dal «giorno più importante della nostra storia contemporanea», come sostiene lo storico Felix Luna. Dal 17 ottobre 1945, quando migliaia di descamisados liberano Péron dando vita alla «manifestazione più riuscita e longeva del populismo latinoamericano».

Friday, March 10, 2006

Sud America: 1,3 mln in schiavitu'

[foto]Lo rivela l'Organizzazione internazionale del lavoro (ANSA) - SAN PAOLO, 10 MAR - Oltre 1,3 mln di persone ridotte in schiavitu' in America latina: lo rivela l'Organizzazione internazionale del lavoro dell'Onu (Ilo). La stima e' stata diffusa a margine di una conferenza internazionale della Fao in corso a Porto Alegre, in Brasile. Secondo l'antropologo Bedoya, consulente dell'Ilo, i Paesi piu' colpiti sono Bolivia, Paraguay e Peru'. I reclutatori di manodopera -spiega Bedoya- imprigionano intere famiglie di indios per costringerle a lavorare,per periodi da 6 a 12 mesi.

Wednesday, March 08, 2006

Secessione per il petrolio? Per Chávez c’è lo zampino americano

VENEZUELA  LO STATO DI ZULIA, ALLA FRONTIERA CON LA COLOMBIA, È LA REGIONE PIÙ RICCA DI GREGGIO DEL PAESE
Secessione per il petrolio? Per Chávez c’è lo zampino americano
di STEFANO BALDOLINI
«Né comunismo, né fascismo: terzo polo», si legge sul sito di Albero Mansueti, l’ex professore venezuelano, rappresentante legale del “Rumbo propio” (la propria rotta), l’organizzazione che attraverso un referendum per l’autonomia il prossimo 24 ottobre minerebbe «alla sovranità e all’integrità della nazione». Almeno secondo Hugo Chávez, che ha accusato il gruppo di essere la longa manus degli Stati Uniti e di puntare alla secessione dello stato di Zulia, nella zona occidentale del paese.
Connessioni per ora smentite dai magistrati che hanno aperto un’inchiesta.
Ma che si instauri o meno un esecutivo autonomo in nome del «capitalismo liberale», così come proclamato da “Rumbo proprio”, retto dal «presidente» Manuel Rosares, uno dei due governatori all’opposizione (su 24), non è questione da poco. Lo stato di Zulia, alla frontiera con la Colombia, lungo il lago di Maracaibo, infatti è la regione più ricca di petrolio del paese. Per il quinto produttore mondiale, con 3,3 milioni di barili al giorno e 78 anni di estrazione garantita, che fa dell’oro nero l’asse portante della propria politica estera e commerciale, le pretese di autonomia dei giacimenti sono più di un campanello d’allarme.
Gli esperti stimano che il governo Chávez spenda circa cinque miliardi di dollari da profitti del petrolio per infrastrutture nel continente. E il progetto di realizzazione in sette anni del gasdotto gigante, da venti miliardi di dollari, supportato da Brasile e Argentina, che finirebbe per portare energia da Puerto Ordaz, in Venezuela, alla Patagonia. Per Chávez qualcosa che si avvicina al sogno bolivariano, per i suoi detrattori il tentativo di creare una sfera di influenza nell’America latina.
Dimenticando Zulia (il nome viene da una principessa indigena), forse la sintesi migliore tra ideologia e business è giunta nel recente carnevale di Rio, vinto dalla scuola di Vila Isabel, che ha beneficiato di un contributo di 450 mila dollari dalla compagnia petrolifera venezuelana Pdvsa, per raggiungere una «tremenda vittoria dell’integrazione latino americana». Così come dichiarato da Chávez, che non ha mancato di cantare alla radio «Sono pazzo per te, America», il pezzo che ha accompagnato l’incedere della statua di tredici metri di Simon Bolivar per le strade di Rio. E alla performance è seguita la proposta al nuovo governo haitiano di Renè Preval di entrare nella Petrocaribe, l’accordo energetico di tredici paesi creato da Caracas nel 2005 affinché «il popolo di Haiti che soffre di una povertà infinita » possa usufruire di prezzi di favore nell’acquisto del greggio.
Naturalmente poi c’è la realtà. Le accuse interne di populismo, e di «sfi- da alla democrazia» di Condi Rice, a cui sono seguite implicite minacce a bloccare le ingenti forniture. E sempre in chiave anti americana, l’iniziativa di formare un esercito di due milioni di riservisti entro l’estate del 2007, pari a un adulto su cinque, sufficiente a dissuadere qualsiasi paese pensi di invadere il Venezuela. Programma più volte annunciato e partito lo scorso fi- ne settimana, con il primo scaglione, 500 mila civili ad addestrarsi a Macarao, nei sobborghi della capitale. Una riserva doppia rispetto a quella di Washington, un esercito di fedelissimi, utili in caso di rivolta popolare interna, o di conflitto armato. «Potremmo aver bisogno di utilizzare i civili come fanno in Iraq per combattere contro gli Yankee», ha dichiarato il generale Alberto Muller Rojas.
E sempre gli Stati Uniti sarebbero dietro la possibilità di un ammutinamento dell’opposizione: «Il governo di Washington mi vuole delegittimare », ha dichiarato Chávez minacciando una riforma alla Costituzione che potrebbe portare ad una presidenza senza limiti elettorali, se l’opposizione deciderà di non presentare candidati alle presidenziali di fine 2006, così come nelle legislative del dicembre scorso. Minaccia che ha finito comunque per compattare l’opposizione.
Tre pre-candidati della opposizione venezuelana starebbero studiando la possibilità di presentare una candidatura unitaria per evitare di disperdere i voti antichavisti.
In questo senso, interessante la linea adottata dalla chiesa venezuelana, che sembra intenzionata a svolgere un ruolo di mediatore. Rappresentanti dell’opposizione sono stati ricevuti dall’arcivescovo di Caracas, il cardinale Jorge Urosa, che si è augurato che tutti vogliano cercare «una vera pace politica». Si è spinto oltre il presidente della Conferenza episcopale nel paese. «La democrazia venezuelana sta vivendo un momento di particolare rilevanza», ha detto Ubaldo Santana, in assoluto contrasto con il suo predecessore, invitando la società venezuelana ad «assumersi la responsabilità » di partecipare alla vita politica del paese.
Europa quotidiano, oggi mercoledì 8 marzo 2006

Monday, March 06, 2006

Simpsons 'trump' First Amendment

Americans know more about The Simpsons TV show than the US Constitution's First Amendment, an opinion poll says.
Bbc

Dedicato a un lettore analfabeta

EX PRESS
Dedicato a un lettore analfabeta
MARIA TERESA CARBONE
Buone notizie in vista per tutti gli autori di blog desiderosi di diventare scrittori a pieno titolo. Una notizia sul New York Times avverte che dalla fine di marzo sul sito www.blurb.com sarà disponibile gratuitamente un software in grado di scaricare il contenuto di un blog riformattandolo sotto forma di libro. Il prezioso testo potrà poi essere riconvertito per una cifra modesta (a partire da una trentina di dollari) in un volume vero e proprio, con copertina a colori, che sarà messo in vendita sullo stesso sito. Il già nutrito drappello di autori della domenica rischia insomma di aumentare a dismisura. Peccato che, di fronte a tanta passione per la scrittura, il numero dei lettori stia calando precipitosamente ovunque. Lo dimostra fra l'altro una recente iniziativa britannica, segnalata sul Times da Alexandra Frean: per incitare i dodici milioni di adulti inglesi che - in base alle statistiche - leggono con grande difficoltà, è stato varato il programma Quick Reads che prevede fra l'altro la realizzazione di una collana di testi a basso costo e di facile lettura, firmati da autori celebri come Ruth Rendell o Joanna Trollope: «Non ci sarà più di una parola di tre sillabe per paragrafo, le frasi saranno brevi e prive di strutture grammaticali complesse, le idee astratte saranno ridotte al minimo». Oltre al desiderio di «dischiudere nuovi mondi a coloro che sono stati finora esclusi dal piacere della lettura », il programma - appoggiato da Blair - ha anche finalità pratiche più immediate: secondo l'articolo del Times, «si calcola che la scarsa capacità di leggere costi all'economia britannica dieci miliardi di sterline l'anno in mancati introiti delle tasse, scarsa produttività e incidenza sui programmi di assistenza sociale». Que reste-t-il de nos amours? cantava negli anni Quaranta Charles Trenet, poi citato da Truffaut in Baci rubati. E que reste-t-il des nouveaux philosophes? si chiede oggi il «Nouvel Observateur» a trent'anni di distanza dalla fragorosa apparizione sulla scena culturale francese (e non solo) di Bernard Henri-Lévy, André Glucksmann e compagnia cantante. «La dubbia efficacia con cui quel cartello mediatico - nel quale si mescolavano antitotalitaristi sinceri, normaliens trentenni dai denti aguzzi, cucine editoriali di Saint- Germain, ultimi fuochi del maoismo e cambiamento di regime nella distribuzione dei brevetti intellettuali - riuscì a svalutare nell' arco di una sola stagione un marxismo che aveva strutturato tutta l'intellighenzia francese del dopoguerra val bene una messa commemorativa» - scrive Aude Lancelin. Dal 1976 molte cose sono cambiate in Francia e nel mondo, ma gli ex nouveaux philosophes continuano a imperversare, anche perché «il gusto del manicheismo politico in cemento armato » del dopo 11 settembre «ha regalato loro una seconda giovinezza ». Lo dimostra fra l'altro la recente tournée negli Usa di Bernard Henri-Lévy, autore di un saggio che si vorrebbe «tocquevilliano », American Vertigo, ma che è stato accolto con qualche scetticismo anche (e proprio) negli Stati Uniti. «I nouveaux philosophes hanno a che fare più che altro con lo studio antropologico delle fluttuazioni della moda ideologica in Francia» è il commento del filosofo Slavoj Zizek. E Lancelin rincara la dose: «Effetto di moda ideologica, certo, ma anche tentativo di Opa sui centri nervosi del pensiero francese, i cui effetti non cessano di farsi sentire».
Il manifesto, 4 marzo 2006

Advertising alla conquista dell'infanzia

Advertising alla conquista dell'infanzia
«Nati per comprare» di Juliet Schor. Un saggio sulle strategie marketing delle imprese per conquistare i bambini, dal «bombardamento mediatico» all'invasione delle scuole con programmi mirati in cambio di materiale didattico
MARIA CARRANO
Il pubblicitario, il persuasore occulto di francofortiana memoria, è colui che vende lo spettatore alle aziende produttrici di beni e servizi, manipolando le menti ed inducendo bisogni inesistenti nel consumatore. Oggi, una tesi del genere, confortata da alcuni noti studi degli anni Sessanta, potrebbe apparire insostenibile, perché lo spettatore contemporaneo, seppur esposto ad una quantità crescente di messaggi è sempre più anestetizzato e smaliziato, ha accresciuto la propria capacità critica nei confronti delle strategie di vendita. Discorso a parte va fatto per i bambini, che fin dalla prima infanzia sono bombardati da messaggi pubblicitari di ogni genere, pur non avendo ancora gli strumenti intellettivi adatti ad una gestione critica del messaggio pubblicitario. È quanto sostiene Juliet Schor, ricercatrice dell'Università di Boston e autrice del saggio Nati Per Comprare (Apogeo, pp.191, 18), dove racconta la sua esplorazione del complesso, ancorché inquietante mondo del consumo infantile. «Oggi il bambino americano medio è immerso nel mercato di consumo con una modalità tale da annichilire qualsiasi raffronto storico. A un anno guarda Teletubbies e mangia il cibo dei suoi "promo partner" Burger King e McDonald's. A 18 mesi i bambini sono in grado di riconoscere i loghi commerciali e prima di raggiungere il secondo anno d'età chiedono i prodotti nominandone la marca». Non stiamo dunque parlando di teenager, ma di veri e propri bambini. Si calcola che nel 2004, negli Stati uniti il capitale investito in marketing dell'infanzia ammonta a 15 miliardi di dollari; una cifra enorme specificamente dedicata al tween target e utilizzata per campagne pubblicitarie tradizionali (soprattutto televisive) svolte sulla base di focus group, sondaggi, ricerche di mercato e studi etnologici, ma anche per il più strategico e persuasivo marketing virale o per sostanziose sponsorizzazioni alle scuole. Se da un lato, desta stupore e preoccupazione che le imprese investano danaro filmando le abitudini dei più piccoli per poi studiarle attentamente con psicologi ed antropologi o che ingaggino ragazzine che riferiscano i gusti delle loro coetanee (un'agenzia, la Gia, vanta 20 milioni di «agenti » da rivendere alle industrie), diventa inquietante che alcune scuole impongano la visione per un'ora (di cui 10 minuti di pubblicità) al giorno di canali pseudo-educativi tipo Channel One, in cambio della fornitura di materiale audiovisivo e di attrezzature. Se l'imperativo dell'addetto al marketing è spiazzare la capacità di discernimento, evadendo le barriere critiche e arrivando direttamente a sollecitare l'emotività, diventa evidente il rischio sociale a cui sono esposti i minori, data la pervasività dei media. E per quanto appellarsi alla «morale» sembri sempre più un atteggiamento ingenuo, sottovalutare i rischi fisici e psichici sui bambini appare, sostiene l'autrice, del tutto sconsiderato. Che il livello di guardia sia, in alcuni casi, superato lo testimonia anche la denuncia del 2001 del Direttore generale federale della sanità statunitense, secondo il quale l'obesità infantile è oramai da considerarsi «un'epidemia». È stato inoltre dimostrato che la maggior parte degli spot indirizzati ad un pubblico di minori è di junk food: non è dunque del tutto infondato considerare una possibile relazione tra l'obesità dilagante e la pubblicità di cibi poco salutari, tanto che alcune associazioni di genitori hanno chiesto di aggiungere il cibo nell'elenco dei prodotti che non possono apparire nelle pubblicità rivolte ai minori, insieme ad alcol e tabacco. Non è però solo una questione di alimentazione. Infatti, come testimonianiano le ricerche svolte dalla Schor, i bambini fumano, bevono ed assumono droghe in percentuali allarmanti rispetto solo ad alcuni anni fa. L'autrice del volume afferma che l'assunzione di sostanze stupefacenti e di alcol è sicuramente una «risposta » ad un diffuso malessere emotivo ampiamente documentano dai neuropsichiatri infantili e che non è conseguenza diretta del bombardamento mass-mediatico, ma è comunque ad esso legato. Detto in altri termini, i bambini oggi sono molto meno sereni di un tempo, poiché l'insoddisfazione derivante dalla ricerca continua di possesso, dalla necessità d'essere cool per essere socialmente accettati, provoca ansia, iperattività e stress, tanto da poter parlare di Kagoy (Kids Are Getting Older Younger), cioè perdità dell'infanzia). Il quadro è tanto più fosco se ai case studies riportati nel volume si aggiunge una deresponsabilizzazione delle istituzioni pubbliche, delle imprese e, spesso, anche dei genitori. Viene quindi da domandarsi che tipo di investimento sul futuro faccia una società che mercifica i propri figli permettendo, anche all'istituzione pubblica ad essi più vicina e più dotata di autorità, la scuola, di trasformarsi in un canale mediatico portatore di messaggi rischiosi per un corretto sviluppo infantile.
IL MANIFESTO, sabato 4 marzo 2006

Friday, March 03, 2006

Bush Defends U.S. Outsourcing

Bush Defends U.S. Outsourcing

By Peter Wallsten

Times Staff Writer

8:12 AM PST, March 3, 2006
HYDERABAD, India — Touching on one of the most politically heated aspects of the U.S. relationship with India, President Bush today defended American corporations that "outsource" jobs overseas in pursuit of cheap labor.
Bush spoke on the final day of a state visit to India in which he declared that the two nations, estranged for much of the 20th Century, are now "closer than ever before."
Shortly thereafter, Bush departed India and landed in Islamabad, Pakistan, where he is scheduled to spend Saturday in talks with President Pervez Musharaf amid intense security following a bombing in Karachi that left a U.S. diplomat dead.
"People do lose jobs as a result of globalization, and it's painful for those who lose jobs," the president said during a "round-table" discussion with students and young business people at the India School of Business, about 800 miles south of New Delhi.
"But the fundamental question is, 'how does a government or society react to that?'" he added. "And it's basically one of two ways. One is to say, losing jobs is painful, therefore, let's throw up protectionist walls. And the other is to say, losing jobs is painful, so let's make sure people are educated so they can find — fill the jobs of the 21st century."
The outsourcing issue has been a political hot-button throughout the Bush presidency, with the White House arguing the practice makes economic sense. But many Democrats and labor union leaders accuse corporations of undermining American workers.
The debate threatens to undermine the major accomplishment of Bush's three-day stop in India: a landmark nuclear cooperation agreement in which the U.S. would lift its ban on selling nuclear materials and technology to India.
India, in exchange, has agreed for the first time to make some of its nuclear reactors available for international inspection — a move that U.S. officials believe could limit the production of nuclear bombs.
Congress must approve the agreement, but some lawmakers — particularly in economically hard-hit industrial states — could be reluctant to support a deal viewed as favorable to India.
Critics charge that the Bush administration ceded too much in the agreement, giving India the freedom to close as many reactors as its wants to inspection, and to escalate its weapons production.
Bush said today that the deal will help India and the U.S. move beyond its traditional estrangement in world affairs.
"We're getting rid of the Cold War," he said at the business school.
On outsourcing, Bush is seeking to recast the issue in the public's mind.
"We won't fear competition, we welcome competition, but we won't fear the future, either, because we intend to shape it through good policies," Bush said. "And that's how you deal in a global economy. You don't retrench and pull back. You welcome competition and you understand globalization provides great opportunities."
Bush's remarks underscored the leading role played this week by U.S. corporations in pursuing tighter ties between the U.S. and India, a potentially fruitful market with a population of 1.1 billion and growing.
Bush's White House has built unprecedented ties to the business community, closely cooperating with corporations on everything from campaign strategy to lobbying for tax cuts and Social Security reform.
On Thursday, the president hosted a joint meeting of CEOs from each country focusing on trade policies and other economic issues. The event included executives from corporate giants Cargill Inc., J.P. Morgan Chase, Citigroup, Honeywell, PepsiCo., Visa and Xerox.
Also, administration officials predicted this week that the nuclear agreement could reap "billions" of dollars for U.S. businesses that would finally be allowed to sell technology and fuel to India.
Today, Bush toured an agricultural university to highlight growing cooperation on agriculture matters. He lifted a pumpkin, surveyed mangos and even briefly tried to till a garden.
In a speech later today in New Delhi, Bush predicted the future success of U.S. businesses in Indian markets. He offered a litany of companies already making forays into India.
"Americans who come to this country will see Indian consumers buying McCurry Meals from McDonald's, home appliances from Whirlpool," he said. "They will see Indian businesses buying American products like the 68 planes that Air India recently ordered from Boeing.
"They will also see American businesses like General Electric and Microsoft and Intel who are in India to learn about the needs of local customers and do vital research that makes their products more competitive in world markets," he added.
http://www.latimes.com/news/nationworld/world/la-030306bush_lat,0,3726631.story?coll=la-home-headlines

Ma di che parlavano a casa i coniugi Mills?

LA BERLUSCONI CONNECTION Scagionata la ministra Tessa Jowell. Non sapeva degli affari loschi del marito
Blair in persona annuncia il verdetto con cui il suo capo di gabinetto, sir O'Donnel, dopo un’inchiesta interna, ha assolto la Jowell dall’accusa di aver infranto il codice etico che proibisce a ministri e membri delle loro famiglie di accettare regali.
di STEFANO BALDOLINI

Assolta Tessa Jowell, ministro britannico per la cultura, i media e lo sport, fedelissima di Tony Blair. Suo marito, l’avvocato d’affari David Mills sotto inchiesta per corruzione in Italia, ricevette sì 600 mila dollari, con cui nel 2000 venne estinto un mutuo per una casa nel Kentish Town, nel nord di Londra, ma non disse nulla alla moglie.
Evidentemente all’interno delle mura domestiche, parlava di altre cose, la coppia d'oro del New Labour, formatasi nei Settanta come consiglieri municipali a Camden, sobborgo operaio di Londra. Uno di quei quartieri depressi dove il governo Blair prova con ostinazione a recuperare la lost generation britannica, i teenager nullafacenti designati dall’ennesimo acronimo (Neet: “Not currently engaged in Employment, Education or Training”), tra i 100 e i 150 mila nel paese, un quarto solo nella cool London.
Non è un caso che sia stato Tony Blair in persona ad annunciare il verdetto con cui il suo capo di gabinetto, sir Gus O'- Donnel, dopo due giorni di inchiesta ministeriale, ha assolto la Jowell dall’accusa di aver infranto il codice etico britannico che proibisce a ministri e membri delle loro famiglie di accettare regali. Non c’era solo da rispettare il vincolo di fedeltà con il suo ministro – dal 1997 nel governo – fedeltà ribadita nei giorni scorsi quando incalzato dalla stampa il premier ribadiva la sua fiducia.
Ma occorreva scacciare lo spettro del suo ex spin doctor, quell’Alistair Campbell bruciato dal dossier Iraq ed evocato nei giorni scorsi dal Daily Telegraph, e secondo il quale, non conta se colpevole o innocente, ma quando un ministro coinvolto in uno scandalo rimane in prima pagina per una settimana, il suo destino è segnato. E come dimenticare il povero David Blunkett, il potente ministro fatto fuori due volte prima per un’infelice love story e poi per un conflitto d’interessi che in Italia farebbe solo sorridere? Occorreva dunque che fosse Downing Street a dare prova di forza, considerato che per l’opinione pubblica, il caso è tutt’altro che chiuso. I media britannici non sembrano accontentarsi del rispetto delle procedure del codice ministeriale introdotto dal “Committee on Standards in Public Life” nel 1995, e aggiornato ogni anno dal parlamento.
Le parole della stessa Jowell – «accetto pienamente che mio marito avrebbe dovuto informarmi e, se lo avesse fatto, lo avrei naturalmente reso noto» – non sono sufficienti a dissipare le ombre sul suo comportamento. Èlei stessa ad ammettere che il marito avrebbe dovuto dirle del “regalo” e che lei, a sua volta, avrebbe dovuto riferire immediatamente al suo segretario particolare, nel pieno rispetto del codice ministeriale.
Troppo poco esplicito il risultato dell’inchiesta, così come ventilato dal Financial Times, perché i media mollino l’osso, nel consueto gioco di sponda tra tabloid scandalistici e testate autorevoli.
E soprattutto, nella stessa indagine, nessun riferimento all’origine dei soldi, come scritto dal Times.
Sull’Italian Connection, stanno indagando infatti i magistrati milanesi Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. E l’ipotesi, com’è noto, è che quei 600mila dollari fossero il regalo all’avvocato Mills del presidente del consiglio Silvio Berlusconi per testimoniare il falso ai processi per le tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian, tra il '97 e il '98. Circostanza negata dall’avvocato in una ormai celebre lettera ai suoi consulenti fiscali: egli non mentì, ma superò alcuni passaggi difficili.
Nello stralcio dell’inchiesta chiuso la settimana scorsa, l’avvocato Mills, figlio di un pezzo grosso dello spionaggio (secondo una leggenda familiare Kenneth Mills, trasferito alla fine della guerra da Gibilterra in Giamaica - sventò personalmente un primo tentativo di rivoluzione cubana di Fidel Castro) è descritto come l’ideatore del complesso di società del comparto estero del gruppo Fininvest. In caso, questo l’esito di un percorso iniziato alla metà dei “ruggenti” anni ’80. Con la City in continuo rialzo.
«Enormi quantità di denaro transitavano da Londra – ricorda il Guardian – e per regolare tutto quel flusso c’era bisogno di avvocati inglesi che fossero in grado di preparare e discutere schemi di contratto secondo le leggi inglesi. La domanda era alta, e la possibilità di guadagno pure. Ciononostante, la scelta di Mills, per quanto profittevole, doveva rivelarsi fonte di notevoli grattacapi.
Il suo coinvolgimento in società straniere, e in particolar modo italiane, doveva risolversi in una continua fonte di imbarazzo per lui e per sua moglie, il ministro della cultura, Tessa Jowell.» Come quando nel 1996, la Procura di Milano inoltrò una richiesta all’allora ministro dell’interno, Michael Howard, per ottenere la collaborazione nelle indagini per corruzione che coinvolgevano Berlusconi. La pista seguita li aveva portati alla Cmm Corporate Services, la società offshore registrata nelle Isole Vergini che lo stesso Mills aveva venduto nel giugno del 1994 per 750 mila sterline.
E a proposito di imbarazzo, come non citare il 1997 con la Jowell, appena insediata ministro della salute impegnata a rispettare l’impegno elettorale di abolire le sponsorizzazioni da parte delle industrie del tabacco alle gare sportive, e suo marito consulente legale ed ex dirigente della scuderia Benetton, altrettanto impegnato – sempre per il governo – a proteggere le gare di Formula 1 dallo stesso bando.
«Il chiasso che ne derivò mise la coppia di fronte a una dif- ficile prova di lealtà», scrive l’Independent, «la Jowell aveva privatamente contestato la scelta». E la coppia d’oro sembra aver tenuto duro anche in questi giorni, con Mills a difendere l’estraneità della Jowell dalle transazioni pericolose. Il loro destino però traccia nubi fosche sull’operato del governo Blair.
Che, secondo i magistrati milanesi, avrebbe svolto un «incomprensibile e sistematico» depistaggio. Le autorità londinesi avrebbero addirittura ostacolato i tentativi di ottenere l'estradizione di Mills in Italia. La denuncia, contenuta in una lettera spedita al ministero dell’interno britannico, ha avuto inevitabile risalto sui media e prodotto l’immediata reazione dello stesso Blair che ha annunciato alla Camera dei Comuni una seconda indagine interna per fugare ogni sospetto. E per scacciare ogni fantasma.

Europa di oggi, venerdì 3 marzo 2006