Thursday, November 16, 2006

Tre giganti ossessionati dalla pensione

AUTOMOBILE  I CAPI DI GM, FORD E CHRYSLER IERI ALLA CASA BIANCA
Tre giganti ossessionati dalla pensione
di stefano baldolini
EUROPAQUOTIDIANO, mercoledì 15 novembre 2006

Nessun sostegno del governo, così come avvenne nel 1979 quando il Congresso salvò la Chrysler dalla bancarotta, ma risolvere il nodo degli oneri sanitari e dei costi di produzione decisamente più cari dei concorrenti stranieri, giapponesi in testa, che sfruttano anche la debolezza dello yen. Poi c’è la questione dei carburanti ecologici alternativi.
Con queste priorità, dopo sei mesi di tira e molla, i capi delle Big Three, General Motors, Ford e Chrysler, hanno ieri incontrato George W. Bush alla Casa Bianca. Facendolo all’indomani delle Mid Term, così come richiesto dallo stesso Bush la scorsa estate all’ennesimo rinvio, entrambe le parti arrivano allo storico vertice – l’ultimo del genere fu nell’era Clinton, nel maggio del ’93 – decisamente indebolite.
Da lame duck, anatra zoppa, il presidente, e prostrate dalla crisi del settore, le tre case di produzione di auto. Così se da un lato suonano ormai datate le key-issues del secondo mandato – energia e welfare – le priorità sollevate nell’ultimo discorso sullo stato dell’Unione lo scorso 31 gennaio, dall’altro prosegue senza sosta l’offensiva asiatica. Una su tutte, quella della Toyota.
Il gruppo giapponese, infatti, intende portare al 15 per cento la sua quota globale di mercato entro il 2010. Lo rivela il Wall Street Journal sulla base di un piano riservato aziendale di cui sarebbe entrato in possesso. Attualmente il gruppo automobilistico, che punta a scalzare nei prossimi anni General Motors dalla leadership dei produttori auto mondiali, detiene l’11 per cento della quota di mercato globale e per crescere sta puntando a una aggressiva politica di espansione sui mercati emergenti, Brasile, Russia, India e Cina, le cosiddette Bric economies, in testa. Secondo il Wsj, si stima inoltre che la vendita globale di auto salirà nel 2010 a 73 milioni di veicoli contro i 65 milioni del 2005.
La posta in gioco è molto di più della salute delle grandi del settore. Per dirla con Debbie Stabenow, senatrice democratica del Michigan, lo stato con capitale Detroit dove hanno sede le Big Three, l’industria automobilistica «ha costruito la middle-class di questo paese», e adottare delle politiche che abbiano efficacia nell’economia globale vuol dire salvaguardare la stessa «middle-class way of life», lo stile di vita inventato ed esportato dagli Stati Uniti negli anni del boom economico. In questo senso quello in Vietnam sabato prossimo tra il premier giapponese Shinzo Abe e Bush, dovrebbe essere decisivo per capire se Tokyo ha intenzione di lavorare per l’equilibrio delle valute e dei conseguenti costi di produzione.
Gonfiati, sostengono le Big Three, anche dalla spesa per pensioni e sanità che comporta costi superiori a quello dell’acciaio e pari a mille dollari per ogni vettura prodotta a Detroit.
Quella del welfare è una questione che si trascina da anni. Big Three e United Auto Workers, il sindacato dei lavoratori del settore automobilistico, stanno negoziando duramente per rivedere il sistema di prestazioni. Schiacciata da questioni valutarie e welfare, invece sembra restare sullo sfondo la vicenda dello sviluppo di carburanti ecologici. Quello che è certo è che, indebolito dal risultato elettorale, Bush difficilmente userà i toni del recente passato quando invitava le grandi case americane a produrre «auto competitive».
Molto più probabile che ci si approssimerà al pensiero di Sander Levin, rappresentante democratico del Michigan alla Camera: «Le Big Three stanno producendo buone vetture. Noi non abbiamo prodotto buone politiche».

Monday, November 13, 2006

Occidente, grande consumatore d’oppio. Cioè, principale finanziatore dei talebani

Occidente, grande consumatore d’oppio. Cioè, principale finanziatore dei talebani
di STEFANO BALDOLINI
EUROPA QUOTIDIANO, sabato 11 novembre 2006

Spray chimici dal cielo contro le coltivazioni d’oppio. È l’ultima risorsa della jihad, la guerra santa, lanciata dal presidente Hamid Karzai contro «il grande nemico» che «sta distruggendo l’Afghanistan e le sue prospettive future». Nel giro di vite annunciato alla Bbc nei giorni scorsi – ma criticato da parte delle stessa compagine governativa – ci sarebbe anche la possibilità di licenziare i governatori inefficaci. Tra cui i capi della polizia della provincia nord orientale del Badakhshan, «cacciati per inettitudine», come ha dichiarato all’agenzia cinese Xinhua il portavoce del ministero antinarcotici afghano, Mohammad Azam.
Questo mentre la produzione di oppio in Afghanistan è tornata fuori controllo. Dopo un 2005 positivo, è infatti aumentata del 59 per cento nel 2006 fino a un record di 165mila ettari contro 104mila. Oggi, secondo i dati dell’ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc), rappresenta il 92 per cento dell’oppio mondiale. «L’Afghanistan sta in pratica fornendo l’oppio mondiale », ha osservato il portavoce Unodc, «ci sono inoltre prove che il paese è sempre più schiavo del suo oppio». L’agenzia ha indicato che quasi tre milioni di persone sono coinvolte in questa attività, ossia il 12,6 per cento della popolazione afghana, e che i ricavi generati dai raccolti dovrebbero superare i tre miliardi di dollari Usa (circa 2,4 miliardi di euro). È un grosso balzo all’indietro rispetto all’anno scorso, quando, sempre secondo l’Onu, si era registrato un calo del 21 per cento, passando da 131.000 a 104.000 ettari di coltivazioni d’oppio. Erano «le migliori notizie sul fronte droga dalla caduta dei talebani», avevano commentato i responsabili del Survey 2005. Altri tempi.
Il problema è che alla produzione di oppio è strettamente legata la recrudescenza della guerriglia talebana.
«Grandi trafficanti, signori della guerra e insorti – si legge nella prefazione all’Afghanistan Opium Survey 2006 – stanno raccogliendo i profitti di questo raccolto eccezionale per diffondere instabilità, infiltrare le istituzioni pubbliche, arricchirsi». Il rischio è enorme.
«L’Afghanistan sta mutando da narco-economia a narco- stato». I proventi sono utilizzati per finanziare la guerriglia.
Gli agricoltori locali vendono i loro raccolti ai talebani, che li rivendono e si finanziano grazie alle entrate.
Così non è un caso se nella provincia meridionale di Helmand, una delle più colpita dalle violenze, la coltivazione è cresciuta del 162 per cento toccando quasi 70mila ettari.
Preso atto della situazione, l’Unodc ha esortato le truppe Nato e afghane ad attaccare i laboratori di eroina, i bazar dell’oppio e i convogli che trasportano le sostanze stupefacenti.
Anche l’amministrazione Bush ammette il legame tra “resistenza” dei talebani e traffico di droga. «Quest’anno – ha dichiarato nei giorni scorsi Richard Boucher, assistente del segretario di stato Usa per gli affari dell’Asia centrale e meridionale – tutti noi siamo rimasti sorpresi dall’intensità della violenza ». Violenza che «dipende da numerosi fattori». Tra cui, oltre alla capacità di attraversare la frontiera e riparare in Pakistan, «i proventi della droga».
Di qui le difficoltà che governo afghano e forze occidentali hanno trovato nel tentativo di estendere l’amministrazione Karzai anche nelle province del sud. Solo ieri, in una lettera al Consiglio di sicurezza, Human Rights Watch ha lanciato un appello affinché il Palazzo di Vetro provi a indirizzare la crisi nel paese: più di tremila morti nell’ultimo anno, mille vittime civili nel sud, 80mila profughi nella regione a causa del conflitto e della siccità.
Dalla stessa Nato intanto sono partite le richieste all’Unione europea di mettere in moto un secondo binario di intervento, focalizzato sulla ricostruzione civile. L’alleanza – che ha preso da ottobre la responsabilità della sicurezza in tutto l’Afghanistan con circa 30mila soldati – ha ammesso di avere sottostimato la portata della violenza che fronteggia in Afghanistan e ammesso che il conflitto non può essere risolto soltanto con mezzi militari.

Friday, November 10, 2006

Dalla setta di Moon all’Onu. Grazie a Bolton

WORLD FOOD PROGRAMME
Dalla setta di Moon all’Onu. Grazie a Bolton
di STEFANO BALDOLINI
EUROPA QUOTIDIANO, mercoledi 8 novembre 2006

Un’ex Moonie, per più di venti anni seguace del reverendo Moon e della sua “chiesa della riunificazione”, potrebbe salire al vertice del World Food Programme (Wfp), il programma per l’alimentazione mondiale delle Nazioni Unite.
Si tratta di Josette Sheeran, americana spalleggiata dall’amministrazione Bush, rappresentata all’Onu dall’ambasciatore John Bolton. La Sheeran ha alle spalle una carriera come donna d’affari all’ombra del reverendo Moon nonché da giornalista al Washington Times, creatura di proprietà della “chiesa della riunificazione”: la preferita di Bush senior, nota in Italia per la vicenda Milingo.
Fu proprio sulle colonne del Times che nel 1992 la Sheeran intervistò – prima reporter americana – il dittatore nord coreano Kim Ilsung presentandolo come «un anziano riflessivo uomo di stato» piuttosto che un «dogmatico dittatore».
L’anno prima lo stesso reverendo Moon, nato in Corea del Nord, aveva visitato il paese, dove, nonostante le sue dichiarate posizioni anti-marxiste, fece diversi affari (due grandi alberghi e uno stabilimento per l’assemblaggio di autovetture sono di proprietà di compagnie vicino alla “chiesa dell’uni ficazione”).
Così, come scrive il Guardian, che ha dato ampio spazio alla possibile nomina della Sheeran, «ogni legame tra i Moonies e il World Food Programme diventa particolarmente delicato a causa del ruolo dell’agenzia Onu nella penisola coreana».
Inoltre la questione degli aiuti alimentari è intrecciata con quella del nucleare.
A metà degli anni novanta, aiuti alimentari per milioni di dollari vennero forniti al regime comunista di Pyongyang.
Durante l’amministrazione di George W.
Bush gli Stati Uniti decisero di bloccare gli aiuti del World Food Programme. Lo scorso ottobre, all’indomani dei test nucleari nord coreani, portavoce del Wfp facevano sapere che, pur «non volendo speculare» sulle reazioni internazionali agli esperimenti, «il programma di distribuzione di viveri era già gravemente sottofinanziato» e che, in mancanza di nuovi contributi, sarebbe stato «interrotto in gennaio». Ad essere in discussione, il programma di aiuti varato lo scorso giugno per 150 mila tonnellate (102 milioni di dollari) indirizzati a 1,9 milioni di persone in due anni. Questo, mentre, secondo l’Onu, malgrado il miglioramento dei raccolti degli ultimi anni, la Repubblica Popolare Democratica di Corea continua a soffrire di una grave mancanza di cibo. E per il 2006 si prevede un deficit alimentare pari al 15 per cento del bisogno.
Dunque anche in virtù del ruolo chiave in termini geostrategici, e di una relativa libertà di manovra – alcuni la ritengono maggiore dello stesso segretario generale, vincolato dai veti delle grandi potenze –, la candidatura dell’ex Moonie suscita più di qualche perplessità. È vero che la Sheeran lasciò i Moonies più di dieci anni fa – nel 1997 il Washington Post riportò che nei precedenti 18 mesi aveva prestato servizio nella chiesa anglicana – ma i suoi detrattori, scrive ilGuardian, sostengono che non «ha mai preso realmente le distanze dalla “chiesa dell’unificazione”».
La decisione, che spetta al segretario generale Onu e al direttore generale della Food and Agriculture Organisation (Fao), dovrebbe essere presa entro la settimana.
Intanto la vicenda ha prodotto un mezzo giallo al Palazzo di Vetro. Secondo alcuni la Sheeran sarebbe già stata “scaricata” prima dell’intervento del nuovo segretario generale designato, il sud coreano Ban Ki-moon. Che non ha legami con la “chiesa dell’unificazione”.

Si brinda per i democratici, senza euforia

LE REAZIONI IN EUROPA
Si brinda per i democratici, senza euforia
di stefano baldolini
EUROPA QUOTIDIANO, giovedì 10 novembre 2006

Miglioramento delle relazioni transatlantiche, maggiore attenzione a temi come global warming e Darfour, ma anche consapevolezza che nonostante il cambio di maggioranza al Congresso i cambiamenti nella politica Usa non saranno tanto repentini.
Su un tema invece, gli osservatori europei sembrano tutti concordi: Bush paga la campagna iraqena, a Bagdad bisogna cambiare rotta. Non è una novità.
Uno studio del German Marshall Fund dello scorso settembre solo il 18 per cento degli europei appoggia la politica estera dell’amministrazione Bush. Così è lapidario il commento di Martin Schulz, capogruppo dei socialisti al parlamento europeo: «Per il mondo è l’inizio della fine di un incubo durato sei anni».
Ma il segnale che i tempi sono proprio cambiati arriva da Londra. «Il messaggio del popolo americano è chiaro: occorre un significativo cambiamento di direzione in Iraq. Così come in Gran Bretagna, gli americani sentono di essere stati tratti in inganno e ignorati», ha detto John McDonnell, parlamentare laburista e candidato alla successione di Tony Blair. A cui non manca di riservare una stoccata.
«Questi risultati elettorali – continua McDonnell – oltre a danneggiare George W. Bush, vogliono dire che Blair ora è completamente isolato nella comunità internazionale ».
«I risultati delle elezioni per il Congresso metteranno un freno robusto alle politiche unilaterali e dogmatiche di George W. Bush», ha dichiarato Jürgen Trittin, ex ministro dell’ambiente. «È stato il conto della Casa Bianca per il loro disastro in Iraq», ha aggiunto alla tv tedesca N24.
Karsten Voigt, coordinatore per le relazioni tedesco-americane nel ministero degli esteri, ritiene che il cambio di maggioranza al Congresso porterà i democratici a concentrarsi su crisi come l’Afghanistan e il Darfour.
Bordate bipartisan arrivano dalla Francia.
«Sono felice di vedere la politica estera degli Stati Uniti messa in discussione dal popolo americano», ha detto Francois Fillon, parlamentare conservatore vicino a Nikolas Sarkozy. «Molti americani hanno realizzato che il presidente Bush ha mentito loro», ha detto Laurent Fabius, ex primo ministro. Ma da Parigi arriva anche un monito a non sottovalutare Bush.
A mettere in guardia, è Francois Heisbourg, consigliere alla fondazione per le ricerche strategiche. Così è vero che «i democratici non renderanno la vita piacevole » a Bush, ma d’altro canto senza esser preoccupato per i risultati elettorali, «le sue mani saranno libere. Il paradosso è che oggi il suo margine di manovra è più grande di prima».
In Spagna, positiva la reazione della maggioranza al voto americano. Portavoce del Partito socialista dichiarano di «sperare che i risultati aiuteranno a canbiare il corso della politica estera Usa». Meno ottimista il politologo portoghese Miguel Monjardino, dell’istituto di studi politici all’università cattolica di Lisbona: «Il futuro della politica estera americana rimane incerto. Non c’è ancora un chiaro piano dei democratici sull’Iraq». «Spero che il presidente e il Congresso sotto queste nuove condizioni trovino una linea comune su Iraq e Afghanistan», dichiara il premier Anders Fogh Rasmussen.
Guarda al futuro dell’economia mondiale, il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso e confida sul multilateralismo dei democratici. «Ora è molto importante che da parte americana giunga un rinnovato impegno per ridare vita ai Doha Round». Ma non tutti la pensano così e sottolineano la tendenza Dem al protezionismo economico. Possiamo dire addio «ad ogni possibilità di dialogo» nei negoziati sul commercio mondiale, scrive Bronwed Maddox sul britannico The Times.

La nuova Rai non dimentica l’Africa

Media
La nuova Rai non dimentica l’Africa
di STEFANO BALDOLINI
EUROPA QUOTIDIANO, giovedi 9 novembre 2006

Che l’Africa sia un enorme paradosso non è una novità assoluta.
Fonte inesauribile di storie eppure coperta in maniera risibile dai media, troppo grande per essere mai pienamente compresa ma poco “notiziabile” perché si investa realmente nella sua narrazione, ecco che ci si riduce alla “solita Africa” delle guerre civili, del sottosviluppo e dei governi corrotti, motore immobile di migranti, meta di turisti o di imprenditori senza scrupoli (e negli ultimi tempi in prevalenza cinesi).
Di fronte a tutto ciò, non può dunque che far piacere sapere che l’annunciata nuova sede di corrispondenza Rai di Nairobi, il primo avamposto della nostra tv pubblica nel continente, è effettivamente in rodaggio.
«Dovrebbe diventare operativa entro l’anno», fa sapere Maxia Zandonai dell’Usigrai (l’occasione è la presentazione di uno speciale del Tg1 nella sede romana di viale Mazzini), «per ora ci si appoggia ad un service della Reuters».
Ma se il buon giorno si vede dal mattino, la nuova sede dedicata a Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Marcello Palmisano, chiesta a gran voce da ong e missionari, non avrà vita facile.
Così per esempio in questi giorni, nel pieno del summit mondiale sul clima nella stessa Nairobi, il corrispondente Enzo Nucci non potrà muoversi con una sua troupe. «Sta lottando contro la burocrazia del paese, non ha ancora i permessi necessari », continua la Zandonai. Il timore è che finisca per prevalere un letale principio di sovrapposizione degli effetti, che «alla lentezza burocratica keniota vada ad aggiungersi quella italiana ». Questo mentre nessuna grande testata italiana ha un ufficio di corrispondenza nel continente e si auspica un “effetto domino” positivo, «con il Corriere della Sera – conclude la Zandonai – che potrebbe seguire a ruota». Segnali positivi, dunque. Ma se da una parte il servizio pubblico prova a fare il suo mestiere, cioè a trainare l’informazione italiana sul versante della qualità, dall’altra bisogna non esagerare con gli entusiasmi per evitare di passare per i soliti parvenu.
Guai dunque a non ricordare come in Africa la Rai sia “a rimorchio” dei grandi network internazionali, Bbc, Cnn, Zdf, e persino di al Jazeera.
Così soltanto a valle del necessario “bagno di realtà“, si può parlare dello speciale del Tg1 che andrà in onda domenica prossima 12 novembre, non proprio in prime time ma in un orario tutto sommato decente (23.25).
Si intitola “Contrasto africano” ed è un tentativo di raccontare il continente attraverso vicende in evidente dialettica tra loro. Dalle storie di immigrati africani che vivono in Italia, alla triste Somalia in mano alle corti islamiche (una troupe Rai torna nel paese a dieci anni dagli omicidi degli inviati italiani, e come primi reporter occidentali a Mogadiscio dall’omicidio di un giornalista svedese, lo scorso giugno). Dalle cliniche della Tunisia dove si va per interventi low cost di chirurgia estetica o di ricrescita dei capelli (con tanto di bandana post operatoria di rito), all’emergenza profughi del Darfour. Fino al laboratorio politico Sudafrica, speranza del continente.
Migliaia di km a sud di Nairobi da dove prova a ripartire la nuova Rai.