Friday, December 15, 2006

Turchia e Balcani, occasione storica per l’Europa

PARLA CRUCIANELLI

di STEFANO BALDOLINI

Parte senza il dossier Turchia sul tavolo il Consiglio d’Europa che si apre oggi a Bruxelles.
Un compromesso sulla sospensione parziale dei negoziati per l’adesione di Ankara è stato infatti raggiunto lunedì scorso al Consiglio degli affari generali e relazioni esterne (Cagre).
«La riunione è stata molto aspra – dichiara a Europa Famiano Crucianelli, sottosegretario agli affari esteri – ma lo sviluppo del negoziato con la Turchia rappresenta un momento di grandissima importanza per tutti. Un’occasione storica che potrebbe trasformarsi in un grande errore storico». Il Cagre ha accettato le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea, «a nostro parere equilibrate, perché nella sostanza si censura la violazione di una delle regole comunitarie da parte della Turchia», ammonita perché non rispetta l’impegno di aprire anche a Cipro l’accesso ai suoi porti e aeroporti, e «vengono bloccati otto capitoli su trentacinque» delle trattative in corso.
Una mediazione tra la posizione dei paesi pro-Ankara (Italia e Gran Bretagna in testa) che puntavano alla sospensione delle trattative su solo tre capitoli, e quella più intransigente (Grecia, Cipro, Austria e Olanda) che ne voleva bloccare almeno dieci.
«L’importante – continua Crucianelli – è che non sia passata la clausola di revisione che avrebbe portato a una verifica tra diciotto mesi. Sarebbe suonata come un ultimatum, e avrebbe comportato di fatto uno stop dei negoziati».
Raggiunto il compromesso, sugli altri punti si continuerà a trattare. La presidenza finlandese ha anche lanciato un appello per una soluzione in sede Onu del problema di Cipro. Si poteva ottenere qualcosa in più. «I turchi hanno fatto una proposta in extremis – rivela Crucianelli – dicendosi disponibili ad aprire un porto e un aeroporto, ma la presidenza finlandese ha stoppato. L’obiettivo era evitare che la questione turca ipotecasse tutta la discussione del Consiglio. D’altro canto, una crisi con la Turchia avrebbe ripercussioni immediate e dirette in tutto il mondo musulmano, nell’area mediorientale e nel Mediterraneo, con effetti che renderebbero più accentuati gi elementi di instabilità già largamente diffusi. Speriamo che questa “ripartenza” non sia una “falsa partenza”.
Una stagnazione vorrebbe dire un fallimento ».
All’adesione della Turchia è legata l’intera questione dell’allargamento, tema di cui invece si discuterà nella due giorni di Bruxelles. In questo senso, «i Balcani non possono essere lasciati fuori. Un loro coinvolgimento è la condizione per la stabilizzazione democratica di tutta l’area. Si è fatto un passo avanti sulla Serbia, ma non quello che chiedevamo, ossia l’adozione del modello croato: far partire il processo d’adesione e solo in un secondo momento verificare che le condizioni richieste fossero state rispettate». Naturalmente la questione chiave è l’indipendenza del Kosovo e «non è esclusa una rottura con la Serbia che può avere ripercussioni in Consiglio di sicurezza.
Ad oggi le posizioni sul tavolo – quella dell’autorità kosovara e quella serba – sono inconciliabili.
Un motivo in più per aprire a Belgrado.
La cosa più rischiosa sarebbe il suo isolamento e il prevalere di posizioni radicali, alle prossime elezioni per esempio». Nell’intera vicenda pesa anche il cambiamento di rotta di Mosca. «Non c’è dubbio che in questi ultimi tempi la Russia abbia assunto un atteggiamento nuovo, decisamente più intransigente, nei confronti della questione serba».
Il summit di Bruxelles potrebbe essere l’inizio di una nuova fase. Per dirla con Crucianelli, «mi aspetto che discuteremo molto di allargamento, molto di futuro, di come impostare le prossime tre presidenze di turno, a partire da quella tedesca. I prossimi diciotto mesi saranno decisivi. Ed è ora di ricominciare a parlare del trattato costituzionale, che venga superata la fase di “riflessione” che ha di fatto paralizzato l’intero processo d’integrazione. Con l’obiettivo simbolico di rilanciarlo il prossimo 25 marzo, in occasione del cinquantenario dei Trattati di Roma».

Europa Quotidiano. Giovedì 14 dicembre 2006

Wednesday, December 13, 2006

«Errore definirla dittatura, i giovani cambieranno l’Iran»

INTERVISTA  PER WILLIAM BEEMAN, DECISIVO SARÀ IL VOTO DELLE GENERAZIONI CHE NON HANNO CONOSCIUTO KHOMEINI

di STEFANO BALDOLINI

Tende a minimizzare, William O.
Beeman
, professore di antropologia alla Brown University ed esperto di cose iraniane (è autore di The “Great Satan” vs the “Mad Mullahs”: How the United States and Iran Demonize Each Other). Le proteste degli studenti d’ingegneria non sono un fatto storico e allo stesso tempo Mahmoud Ahmedinejad non può essere considerato un dittatore. In un certo senso entrambe le parti sono espressione del passato: la vera rivoluzione partirà tra qualche anno quando voterà la generazione che non ha conosciuto Khomeini.
Partirei dalla contestazione degli studenti. Per alcuni un evento storico, la prima contro Ahmedinejad, per altri non una novità in senso assoluto.
Sono d’accordo con questi ultimi.
Già nei mesi scorsi ci sono state sporadiche proteste degli studenti. E quest’ultima non era neanche così partecipata, i reporter parlano di non più di sessanta studenti. Inoltre va detto che sono trent’anni che gli studenti protestano, lo hanno fatto anche contro il riformista Mohammad Khatami, e sui temi più disparati.
Insomma, le proteste studentesche in Iran sono una lunga tradizione contro le istituzioni. Il punto è capire chi c’è dietro, di volta in volta. Quanto siano spontanee. Dal mio punto di vista posso dire che quando trattano di temi di politica estera in genere sono manovrate da gruppi esterni al paese.
Il passaggio chiave è capire chi fornisce le notizie alla stampa. Uno di questi gruppi è la Mujahedin-e Khalq Organization (Mko), sostenuta clandestinamente da elementi del governo degli Stati Uniti, con la missione di far cadere la repubblica islamica di Teheran. Si tratta di un gruppo molto sospetto e controverso.
Il presidente Ahmedinejad ha comunque reagito con serenità. Ha usato la protesta per dimostrare al mondo che non è un dittatore. Insomma quanti tiranni potrebbero permettersi dei contestatori...
Effettivamente, guardando alla costituzione iraniana, Ahmedinejad non può essere un dittatore. Non ha il controllo delle forze militari. Non ha il controllo della politica estera che invece è in mano ai religiosi. E se c’è un controllo della società iraniana non può essere ad opera di Ahmedinejad.
Le voglio raccontare un anedotto. Quando l’ex presidente Khatami il mese scorso è venuto negli Stati Uniti sono stato a cena con lui. Ahmedinejad aveva appena lanciato la richiesta per la rimozione di un professore dell’università di Teheran che non era molto gradito ai religiosi.
Dopo cena sono tornato sul punto e Khatami mi ha risposto seccamente: «Non può farlo». Ho insistito: «Come non può farlo? È il presidente!», e lui: «Lo so, sono stato presidente anch’io! So cosa può fare o no. E non può farlo!». Insomma, Ahmedinejad ha il diritto di parlare in pubblico di qualsiasi cosa, ma l’idea che lui stesso sia un dittatore o il capo di una dittatura non è “strutturalmente” possibile nel governo dell’Iran. Quello che potrebbe accadere, però, è che nell’Assemblea degli esperti vengano eletti rappresentanti religiosi addirittura più conservatori dello stesso Al Khameini.
Ma è comunque paradossale che durante un discorso contestuale ad elezioni, degli studenti parlino di dittatura.
Lei è antropologo e ha scritto molto sul linguaggio persiano e iraniano.
Ecco, che lingua parla Ahmedinejad? È un prodotto della cultura iraniana o di un mondo globale?
Oh, è un prodotto decisamente molto iraniano. È un populista. E la sua retorica è estremamente interessante.
Ha un dottorato in ingegneria civile, può essere considerato quasi un professore. È dunque un uomo molto intelligente.
E quando parla usa un vocabolario da persona molto ben educata, ma allo stesso tempo uno stile estremamente comune e popolare. La cosa interessante è che anche il presidente Bush usa lo stesso stile nei suoi discorsi pubblici. Non parla alle elites, ma sempre alla sua base, al suo elettorato.
A proposito di Bush, nel 2003, in un articolo molto divertente citava il suo barbiere di San José, Phil, come espressione della pancia del paese. Phil era stato prima un fan accanito, poi dopo la guerra in Iraq, spietato critico dell’amministrazione Usa. Oggi che dice Phil? E i barbieri dei suoi amici iraniani?
Phil non è rimasto molto contento della notorietà (ride, nda). E il popolo iraniano, va ricordato, non è molto contento del governo in genere, qualsiasi esso sia. Quello su cui gli iraniani sembrano concordare è lo sviluppo del programma di energia nucleare.
Vorrei far notare che, come in passato, anche l’altro giorno gli studenti non hanno protestato contro il nucleare. Al nucleare è legata la speranza di modernizzazione del paese.
Quindi, paradosso per paradosso, chi in occidente critica il programma nucleare iraniano finisce per indebolire gli oppositori al governo attuale.
Che non è riuscito a imporre un’agenda sui temi domestici, ma neanche a scalfire l’esito degli anni di riforme, gli aspetti più liberali della società iraniana, i comportamenti pubblici.
Inoltre la cosa più importante è che nei prossimi cinque anni la maggioranza dei votanti sarà costituita dalle generazioni che non hanno conosciuto la rivoluzione di Khomeini.
Questo sarà il vero cambiamento.

Europa quotidiano, mercoledì 13 dicembre 2006

qui il pdf dalla rassegna stampa della Camera

Wednesday, December 06, 2006

La guerra è persa. Il consiglio dei saggi

STATI UNITI Il candore del nuovo capo del Pentagono e il verdetto dell’Iraq Study Group
Sotto esame al senato, Bob Gates dice che in Iraq l’America «non sta vincendo». E cresce l’attesa per quel che dirà oggi la commissione guidata da James Baker e Lee Hamilton.
di STEFANO BALDOLINI

Al capezzale dell’Iraq. Ieri Robert Gates, oggi la cosiddetta Isg. Diagnosi infausta.
Prognosi complessa. Gli Stati Uniti «non stanno vincendo la guerra» in Mesopotamia, sostiene il successore di Donald Rumsfeld al Pentagono, rispondendo alle domande dei senatori che dovranno confermare la sua nomina a ministro della difesa. «Quello che stiamo facendo non è soddisfacente», ragiona l’ex direttore della Cia. E sul tavolo dove, per dirla con Gates «sono tutte le opzioni», da quest’oggi alle undici (alle 17 in italia) sarà disponibile anche il documento dell’Iraqi Study Group (Isg), il gruppo bipartisan guidato dall’ex segretario di stato James Baker e dall’ex parlamentare democratico Lee Hamilton.
S t r a n o destino, quello dell’Iraqi Study Group.
Lanciato il 15 marzo scorso da Frank Wolf, deputato repubblicano della Virginia, in seguito all’escalation di violenza di ottobre, all’allungarsi della lista delle perdite, alla recente sconfitta dei repubblicani nelle elezioni, il lavoro dei dieci saggi (cinque democratici e cinque repubblicani) è stato sempre più investito «di una autorità quasi mistica – come scrive il columnist del Financial Times, Philip Stephens – nonostante lo stesso Baker abbia detto che non ci sono pallottole d’argento, elisir di lunga vita o arnesi del genere per riscattare dalla sconfitta la vittoria».
Ed è proprio con tale «autorità quasi mistica» che l’amministrazione Bush dovrà fare i conti, più che con i contenuti già ampliamente dibattuti nei giorni scorsi, quando il New York Times anticipava le linee principali del documento: ritiro dall’Iraq di 15 brigate (tra i 45 mila e i 75 mila uomini su un totale di 140 mila soldati), ma nessuna data precisa del ritiro stesso, e il “consiglio” di avviare colloqui con Iran e Siria. Nel frattempo al presidente Bush è bastata una parola – “unrealistic” – pronunciata nel corso della conferenza stampa di Amman col premier iracheno Nouri al Maliki, per liquidare preventivamente il lavoro di Baker e i suoi.
Ma al di là dei dettagli e delle polemiche politiche rimane il mistero. «Perché questa ossessione con il gruppo di Baker?», si chiede l’ultimo Economist.
Virtualmente superato da altri studi, che Pentagono e Casa Bianca si sono commissionati per conto loro, e tacciato di scarsa autorevolezza in materia: i dieci membri, tutti provenienti dall’establishment di Washington, hanno trascorso solo pochi giorni in Iraq (e come fa notare il settimanale britannico solo uno di loro, Charles Robb, s’è spinto oltre la Green Zone di Bagdad).
Una delle ragioni di tante aspettative, si risponde l’Economist, non può che risiedere nella statura dei suoi membri. E in effetti la squadra è composta da personaggi con un passato rilevante.
A partire naturalmente da James A. Baker III, texano di Houston, 76 anni, capo dello staff della prima amministrazione Reagan e al tesoro nel secondo mandato, infine segretario di stato di Bush sr, suo grande amico e vicino di casa. Di colui che chiama “el jefe” (il capo), ricambiato affettuosamente col diminuitivo “Bakes”. Originariamente un Democrat, Baker cambia compagine all’inizio dei ’70 ed entra nello staff del presidente Gerald Ford. Dopo un tentativo fallito a governatore del Texas e la parentesi reaganiana, lo ritroviamo architetto dell’alleanza di 34 nazioni impegnate con gli Usa nella Guerra del Golfo. Infine capo dei legali che supporteranno Bush jr nel riconteggio dei voti in Florida.
Ed è d’alto profilo anche il cochair del gruppo sull’Iraq. Il democratico Lee Herbert Hamilton, 75 anni, vice presidente della commissione sull’11 settembre, attualmente all’Homeland Security Advisory Council, dopo ben 34 anni di onorato servizio nella House of Representatives.
Tra i nomi in quota ai repubblicani, molto critico con il timing dell’intervento in Iraq, fu a suo tempo Lawrence Sidney Eagleburger, 76 anni, ex segretario di stato di Bush sr, una carriera spesa a servizio della presidenza (Richard Nixon, Jimmy Carter, Ronald Reagan).
Altro nome repubblicano di peso, Edwin “Ed” Meese III, 75 anni, californiano di Oakland, laurea in legge a Berkeley. Come capo dello staff del governatore Reagan divenne celebre per aver stroncato con troppo vigore le proteste studentesche al People’s Park di Berkeley il 15 maggio del 1969, culminate nell’uccisione di uno studente e nel ferimento di centinaia di altri.
Ebbe modo di entrare nella “Troika” presidenziale di Reagan insieme allo stesso Baker e al vicecapo dello staff Michael Deaver.
Poi dopo esser stato coinvolto nello scandalo Iran-Contra, come 75esimo procuratore generale degli stati Uniti (1985- 1988) divenne fustigatore dei costumi americani: la Meese Commission investigò sulla pornografia negli Stati Uniti e portò alla rimozione di riviste come Playboy e Penthouse dagli scaffali delle catene commerciali.
Chiude la compagine repubblicana Alan Kooi Simpson, 75 anni, di Denver (Colorado), senatore del Wyoming dal 1979 al 1997. Figlio di Milward L. Simpson, senatore ultraconservatore che fu tra i sei membri repubblicani che votarono contro il Civil Rights Act del 1964; Alan non seguì le orme del padre e difese diritti delle minoranze o accesso all’aborto.
E a proposito di diritti civili, tra i saggi in quota democratica, spicca Vernon Eulion Jordan Jr, 71 anni, famoso attivista afroamericano nella National Urban League, prima di iniziare una seconda vita nei corridoi del potere di Washington che lo condusse nei novanta a diventare amico e consigliere di Bill Clinton. Una grande carriera per uno che ad Atlanta, quaranta anni prima, aveva lavorato come autista del sindaco Robert Maddox per pagarsi il college. Dal 2000 Vernon è Senior Managing Director della banca d’investimenti Lazard Freres & Co. LLC.
Altro democratico è Leon Edward Panetta, 68 anni, ex capo dello staff della Casa Bianca sempre ai tempi di Clinton e grande stratega economico. Figlio di immigrati italiani proprietari di un ristorante a Monterey, in California, per la cui carica di governatore era stato chiesto di correre nelle elezioni di recall del 2003 (rifiutò adducendo di avere troppo poco tempo per il fundraising).
Clintoniano (fu suo ministro della difesa), anche William James Perry, 79 anni, uomo d’affari e ingegnere.
Per lui – che viaggiò all’estero nei suoi tre anni più di ogni altro precedente Secretary of Defense – nell’aprile del 1994 l’Economist coniò il neologismo “Perrypatetic”.
Ultimo in quota Dem, Charles Spittal “Chuck” Robb, 67 anni, governatore della Virginia dal 1982 al 1986, senatore dal 1989 al 2001. Nel 2004 diresse l’Iraq Intelligence Commission.
Politicamente, quello che si dice un “conservative Democrat”.
Poi c’è Sandra Day O’Connor, formalmente “in quota” ai repubblicani; ma l’ex giudice della Corte Suprema, pur essendo stata nominata da Ronald Reagan, nei suoi 24 anni di servizio ha dato non pochi dispiaceri alle amministrazioni repubblicane. Anche stavolta potrebbe esserle toccato il compito di mediare tra le fazioni.
Impegnate in quello che molti osservatori hanno definito il primo passo di una nuova era di “policy-making”, molto più realista, e il più possibile lontana dalla visione Bush- Cheney. Che poi, del gruppo Baker e della sua «autorità quasi mistica», il presidente Bush decida di mettere in atto i consigli, è tutt’altro che scontato.

Europa Quotidiano di oggi 6 dicembre 2006

Monday, December 04, 2006

Report calls for road pricing to ease congestion

Iraqi Study group

Il sito. Waiting for Baker Nov 30th 2006 | WASHINGTON, DC From The Economist print edition. Il Washington Post

Adesso comincia la partita

Mucchetti sull'Alitalia, sabato 2 dicembre 2006, il corriere

L'egocentrismo ultima malattia del web

Michael Kinsley sul Corriere di domenica 3 dicembre 2006

Cutolo contro Gomorra

sulla Repubblica il 2 dicembre 2006

deserti, un paradosso da salvare

intyervista al nobel Soyinka, la Repubblica sabato 2 dicembre 2006

ds e finanza

i malumori dei ds (alberto statera sulla repubblica di sabato 2 dicembre 2006) prove di dialogo tra ds e finanza (il sole)

Intesa-San Paolo, basta con i sospetti politici

parla Giuseppe Guzzetti, della Cariplo, sul Sole domenica 3 dicembre 2006

nozze Intesa-San Paolo

Venezia, il melting pot tra vecchia industria e spinte tecnologiche

Aldo Bonomi sul Sole di ieri

Cindia? Una terra che non esiste

Guy de Jonquières, commentatore del Ft, tradotto sul Sole 24 ore di ieri

Assalto o arrocco tremano le Generali

Giuseppe Turani ieri sulla Repubblica

il disarmo bilanciato

Mucchetti sul Corriere parla di quarta stagione del tormentato rapporto tra stato e imprese. Forse esagera un po' (in ottimismo)

“Fortezza” birmana e lotte per la libertà

DIRITTI UMANI

di STEFANO BALDOLINI

Una risoluzione dell’Onu perché il mondo si accorga della vicenda birmana.
Questo l’obiettivo degli oppositori al regime di Rangoon, uno dei più longevi e dimenticati dalla comunità internazionale.
Dal 1962 al potere dopo un colpo di stato, poi nel 1988 un cambio della guardia, e nel 1990 la farsa delle elezioni. Con la National League for Democracy (Nld) che conquista l’80 per cento dei seggi in parlamento ma non arriva mai al potere. I suoi membri sistematicamente arrestati o uccisi. La stessa leader e premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi sottoposta dal 1989, tranne alcune interruzioni, agli arresti domiciliari.
«Il problema – dichiara a Europa Maureen Aung-Thwin, direttrice del Burma Project, iniziativa della Fondazione Soros – è che il paese è molto ricco di risorse e la giunta militare potrebbe resistere a lungo».
«I prigionieri politici sono oltre mille e cento», aggiunge Mark Farmaner, della Burma Campaign, ong londinese, «il regime ha adottato una campagna d’intimidazione di bassa intensità.
Con minacce ai parenti dei dissidenti, boicottaggio dei negozi, perdita del lavoro.
Inoltre non è permesso ai giornalisti stranieri di entrare nel paese.» A parte Al Jazeera, a cui lo scorso agosto fu concessa la rara opportunità di fare un reportage. Peccato che, come scrive l’anchorwomanVeronica Pedrosa, le autorità abbiano acconsentito perché ritengono che «Al Jazeera sia anti americana.» Lo scorso 14 novembre, di ritorno da una missione di quattro giorni nel paese, il vice segretario generale Onu, Ibrahim Gambari, dichiarava al Financial Times che la palla è nel campo delle autorità militari, che sta a loro dimostrare la disponibilità a collaborare con la comunità internazionale.
Comunità internazionale che è divisa sulla questione. Lo scenario riflette il gioco classico di equilibri della geopolitica asiatica. Da un lato, Usa, Gran Bretagna e in parte l’Unione Europea (ma non l’Italia degli ultimi anni) a chiedere il conto al regime. Dall’altra la Cina e la Russia (e fino a qualche tempo fa l’India) a fare buon viso a cattivo gioco.
Intanto, la situazione non accenna a migliorare. Recentemente ha suscitato indignazione, la diffusione di un un video delle nozze della figlia di Than Shwe, il capo della giunta militare. Diffuso sul web (www.Irrawaddy.org), mostrava la sposa indossare fili di perle e pietre preziose, e il marito versare champagne in centinaia di bicchieri.
Uno scandalo, in un paese che conta circa 800mila persone costrette al lavoro forzato, tanto che per la prima volta nella sua storia l’International Labor Organization (Ilo) nel giugno del 2000 ha adottato una risoluzione appellandosi alla Forced Labor Convention del 1930.
E la questione birmana è stata toccata anche da altri organismi delle Nazioni Unite.
Ad oggi l’Assemblea generale Onu ha approvato ben quattordici risoluzioni sulla Birmania e anche la controversa commissione per i diritti umani ne ha approvate tredici.
Quello che non è arrivato è l’intervento del Consiglio di Sicurezza.
Così nel settembre del 2005 in occasione del rapporto “Threat to the Peace”, un appello viene lanciato dall’ex presidente della repubblica ceca Vaclav Havel e dal premio nobel della pace Desmond Tutu. L’obiettivo è che si obblighi il regime militare a lavorare con il segretariato generale in vista di un piano nazionale di riconciliazione; che vi sia un resoconto periodico al Consiglio stesso; che gli aiuti umanitari possano arrivare a destinazione, e che si ottenga la liberazione immediata di Aung San Suu Kyi. In- fine l’appello ai paesi membri del Consiglio – tra cui l’Italia, fresca di nomina – affinché non esercitino il loro potere di veto.

Europa Quotidiano 22 novembre 2006

In Italia Kathleen Kennedy, “ambasciatrice” liberal dei diritti umani

INTERVISTALA FIGLIA DI BOB A NAPOLI PER UN’INIZIATIVA PROMOSSA DALLA FONDAZIONE INTITOLATA AL PADRE UCCISO

di STEFANO BALDOLINI

Due giorni dopo che Jfk venne assassinato durante la celebre parata di Dallas del novembre 1963, Robert F. Kennedy scrisse una nota su carta intestata della Casa Bianca alla figlioletta di dodici anni: «Essendo la più grande della prossima generazione tu hai una responsabilità particolare… Sii gentile con il prossimo e lavora per il tuo paese».
Quella ragazzina era Kathleen Kennedy e quelle parole costituivano l’eredità politica – la legacy – di Bob, che verrà poi ucciso cinque anni dopo all’Ambassador Hotel di Los Angeles in piena corsa alla presidenza degli Stati Uniti.
Inevitabile che a partire da quella legacy, Kathleen dovesse impegnarsi in politica, dovesse «lavorare per il suo paese»: prima nell’amministrazione Clinton, poi dal 1995 al 2002 per lo stato del Maryland dove è arrivata a candidarsi alla carica di governatore.
«Una delle mie attività – dichiara a Europa – è andare in giro per il mondo promuovendo gli ideali della Robert F. Kennedy Memorial». Di qui la visita di sabato scorso, nel napoletano, per inaugurare la mostra fotografica itinerante “Coraggio”, ospitata in un grande centro commerciale di Giugliano e sostenuta dalla RFK of Europe onlus, di cui Federico Moro è segretario generale. Luogo quanto mai appropriato: Napoli è nell’occhio del ciclone per i recenti episodi di violenza e criminalità. Così l’obiettivo è «spingere la gente a credere nell’importanza del ruolo della legge e della lotta alla corruzione; e l’iniziativa “Speak Truth to Power” vuole sensibilizzare al rispetto dei diritti umani. Ecco dunque l’impegno nelle scuole, in Lombardia e in Calabria, e parallelamente l’attività di fund raising. Con buoni risultati, come in occasione del recente incontro tra Jacques Chirac e Romano Prodi. Entrambi hanno dimostrato simpatia per la nostra campagna».
Con le elezioni di mid-term ancora “calde”, non si può non finire a parlare di politica. «Naturalmente sono lieta che i democratici abbiano vinto, ora abbiamo una grande sfida davanti con l’Iraq, e quello che dobbiamo fare è lavorare per sviluppare un buon programma». Nonostante l’affermazione al Congresso, la sinistra americana è stata però recentemente attraversata da una forte polemica interna.
Lo scorso settembre Tony Judt, influente intellettuale ebreo, dalle colonne della London Review of Books arrivò a definire i liberal «utili idioti», parlò della «strana morte dell’America liberal». Secondo Judt, la voce dei liberal americani è ormai assente dalla sfera pubblica. La fine degli ideali degli anni Sessanta, rimpiazzati dai miti del consumo e del benessere, e il progressivo disfacimento del Partito democratico e dei valori del welfare e della giustizia sociale, li ha resi acquiescenti verso il governo Bush, in particolare verso le scelte di politica estera. Al direttore del Remarque Institute alla New York University, altri intellettuali risposero poi con un “Manifesto liberal”, pubblicato sulla rivista progressista The American Prospect, e firmato da oltre quaranta studiosi.
L’occasione è troppo ghiotta per non parlarne con una delle discendenti della dinastia liberal per eccellenza, la famiglia Kennedy. «Credo che Judt sbagli – replica Kathleen, ridendo – La missione liberal è viva e vuole che il governo lavori, lo faccia per la gente, sia efficace, e che traduca con rispetto la volontà politica delle persone.» Non esiste un problema di visione. «La visione liberal – continua quasi a rafforzare il concetto – implica che il governo sia efficiente, che abbia una politica estera efficace, che rispetti la legge».
Pensando alle prossime presidenziali, ineluttabile poi il paragone con Barack Obama, il senatore dell’Illinois, stella del sistema politico americano.
Chissà che non sia il nuovo Kennedy. «Non lo definirei il nuovo Kennedy, – fa Kathleen– dei Kennedy però ha la caratteristica di essere molto attractive. Però io sto con Hillary Clinton. Sta facendo un lavoro molto buono focalizzato sul rispetto della legalità, e sui temi cosiddetti centristi. Hillary è sveglia ed esperta. Ma è vero che Obama è molto attractive».

Europa Quotidiano, 28 novembre 2006

«Dönemeç noktasi». C’è stata una svolta

IL PAPA IN TURCHIA Parla Ilter Turan, professore di scienze politiche alla Bilgi Üniversitesi di Istanbul
«Spero che la visita possa essere ricordata come uno snodo storico nelle relazioni tra chiesa cattolica e Islam. È difficile pensare alla “secolare” Turchia come prima tappa di una sfida comune delle religioni monoteiste alla “secolarizzazione” della società».
di STEFANO BALDOLINI

Dönemeç noktasi. Punto di svolta. Uno snodo cruciale nelle relazioni tra mondo cattolico e musulmano. Usa quest’espressione per commentare il viaggio in Turchia di Benedetto XVI, Ilter Turan, professore di scienze politiche al dipartimento di relazioni internazionali alla Bilgi Üniversitesi di Istanbul.
Nonostante molte aspettative negative, la visita di Benedetto XVI in Turchia può considerarsi un successo...
È vero. Non è ancora chiusa ma possiamo affermare che finora è andata abbastanza bene. Benedetto XVI si è mostrato sensibile rispetto agli effetti del malinteso che si era prodotto con il discorso di Regensburg, ha espresso l’idea di positività rispetto ad altri sistemi religiosi cercando di “riscaldare” i rapporti tra diverse religioni. Ha poi espresso una particolare simpatia per la Turchia, ribadito l’opinione che Ankara debba entrare nell’Unione europea.
Insomma, la visita è stata più apprezzata che criticata. La speranza è che anche oggi – nell’ultimo giorno della missione – le cose vadano come sono andate finora. Questa è anche la speranza della gente, del cosiddetto “uomo della strada”. La gente si aspetta che dopo le parole di questi giorni il papa dimostri realmente di aver cambiato opinione sui musulmani.
A proposito, lei insegna a Instanbul. Che atmosfera si respira?
C’è un clima di altissima tensione. Le misure di sicurezza sono evidenti e tutti sperano che la visita si concluda senza incidenti. Anche chi non segue nel dettaglio la visita di Benedetto XVI può percepire la portata dell’evento. I media stanno dando grande rilevanza a tutta la faccenda, i giornali dedicano le prime pagine e le tv stanno coprendo dal vivo gli incontri ufficiali. E che sia un grande evento non c’è alcun dubbio: la visita di un papa in un paese a maggioranza musulmana... In questo senso spero che questa visita possa essere ricordata come un vero e proprio punto di svolta – donemec noktasi, in turco – nei rapporti tra chiesa cattolica e Islam.
Ma se da un lato è molto importante che la gente comprenda la portata storica dell’evento, dall’altra aspetterei per dare un giudizio sulle parole espresse in questi giorni. Sul loro effetto reale.
Mi accontententerei – e non è poco – della portata simbolica del viaggio.
Il papa ha parlato di libertà religiosa, si è scagliato contro il terrorismo e il fondamentalismo. Temi sensibili in Turchia...
Ma non solo in Turchia. S i tratta di temi universali, che coinvolgono diversi paesi. Prendiamo i diritti umani, è evidente che qui da noi occorra fare progressi, ma io penso che non siano un problema specifico della Turchia. E non vorrei che al mio paese fosse associata un’immagine che rispecchia la realtà che appartiene anche ad altri. Vorrei aggiungere che in un certo senso il papa non ha detto nulla di straordinario. Ha fatto dichiarazioni prevedibili, di buon senso. Anche in questo sta la bontà della sua visita.
Possiamo affermare, come fanno Phillip Blond e Adrian Pabst sull’International Herald Tribune, che il suo è un tentativo di coinvolgere l’Islam e la chiesa ortodossa contro ciò che considera il vero nemico comune, il crescente secolarismo?
Se questo era il suo obiettivo, non è ancora emerso chiaramente, almeno finora. D’altra parte la Turchia non è un luogo particolarmente adatto per iniziare a parlare di argomenti “non secolari”. Quella turca è una società strettamente connessa a un sistema di leggi molto secolare, e sottoposta ad una rigida applicazione delle stesse. È vero che in documenti precedenti a questa visita il papa si era espresso contro quella che giudica una crescente secolarizzazione della società, e a sostegno di un ritorno ad una concezione più religiosa.
Ma non mi sembra l’obiettivo di questo viaggio, che invece è incentrato su due cardini: portare avanti, approfondire, le relazioni tra chiesa cattolica e greco ortodossa; rendere più amichevoli, anche alla luce delle recenti tensioni, i rapporti tra chiesa cattolica e Islam.
In concomitanza con la sua visita, Bruxelles è arrivato uno stop alle trattative sull’ingresso di Ankara nella Unione europea.
Certamente le dichiarazioni del papa che ha più volte ribadito l’auspicio che la Turchia entri in Europa sono sempre ascoltate dai rappresentanti di Bruxelles. In questo caso credo però che non si possano rilevare corrispondenze effettive tra le dichiarazioni ufficiali di Benedetto XVI di questi giorni in Turchia e le decisioni prese dall’Unione europea.
D’altro canto noi possiamo interpretare quello che succede a Bruxelles senza fare riferimenti espliciti alle posizioni del papa. Noi invece dovremmo dibattere sulle raccomandazioni espresse, a partire dalla richiesta di aprire a Cipro, paese membro dell’Unione stessa. In questo senso credo che gli obiettivi richiesti ad Ankara non saranno facili da raggiungere, ma anche che la decisione della Commissione, per quanto importante, può non considerarsi uno stop completo all’intero processo di adesione.

Europa quotidiano venerdì 1 dicembre 2006 (qui in pdf dalla Rassegna della Camera)

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«Le grandi fedi contro l’ateismo. Il papa guarda avanti». Parla Phillip Blond

IL VIAGGIO IN TURCHIA  IL PROGETTO RELIGIOSO DI BENEDETTO XVI SECONDO IL TEOLOGO DEL ST. MARTIN’S COLLEGE DI LANCASTER

di STEFANO BALDOLINI

Unire le grandi religioni monoteiste nella critica all’ateismo e al secolarismo, evitare sia l’assolutismo che il relativismo, separare la religione dallo stato ma non dalla politica. Questi per Phillip Blond, senior lecturer in religione e filoso fia al St.Martin’s College di Lancaster, gli obiettivi a lungo termine di Benedetto XVI. Obiettivi espressi chiaramente nella visita in Turchia, tappa fondamentale di un percorso «necessario».
Qual è il bilancio della visita in Turchia di Benedetto XVI?
È stato un grande successo. Benedetto XVI sta estendendo il suo grande progetto religioso: unire le grandi religioni monoteiste nella critica all’ateismo e al secolarismo. In questo senso ha sempre visto l’islam come un alleato. Ciò che è andato male nella teologia è che islam, giudaismo e cristianesimo sono caduti sotto il potere dello stato. Quando la religione diventa fonte di violenza vengono usati criteri non religiosi cha fanno appello allo stesso bisogno di violenza. In parole povere, la violenza nella religione proviene dalla secolarizzazione, non dalla religione stessa.
Il papa sta facendo appello in tutti i paesi per esplicitare tale paradigma. La cosa interessante è che ha portato tale processo nel più secolare degli stati musulmani: la Turchia. Ha scelto bene.
Ma questa è la parte di un progetto più a lungo termine del papa: separare i monoteismi da ogni perversione relativista.
Eppure dopo la preghiera nella moschea blu sta accadendo un fatto paradossale, che il papa “nemico del relativismo” venga percepito sulla difensiva.
Guardi che in questo Benedetto XVI sta effettivamente seguendo le orme del suo predecessore: non sta affatto innovando. Giovanni Paolo II al muro del pianto di Gerusalemme arrivò quasi a sostenere che il giudaismo è un percorso indipendente verso la salvezza.
Quello che l’attuale papa sta provando a fare è di evitare sia l’assolutismo che il relativismo, e dimostrare che tutte le fedi sono più d’accordo che in disaccordo. In un certo senso è come se dicesse: apriamo un dibattito genuino piuttosto che uno falso. Un dibattito genuino sui modi di pensare relativi delle diverse religioni. Sui modi relativi con cui noi pensiamo il dio differente.
Ecco, in Turchia è stato capace di esprimere questo quando ha parlato di ecumenismo, di avere un solo Dio comune. Che bisogna riconoscere le differenti esigenze e una famiglia unica monoteista.
E penso che effettivamente Benedetto XVI abbia iniziato un dibattito di cui abbiamo bisogno, un dibattito necessario. Ora il progetto è più chiaro.
È andata meglio che a Ratisbona…
Io penso che a Ratisbona avesse ragione.
Con quel discordo il papa voleva dire: l’islam ha un’”autorizzazione” alla violenza. Questo punto portò alle proteste. Ma il discorso venne male interpretato perché in effetti egli estese la stessa “autorizzazione” al cristianesimo.
E noi dobbiamo essere onesti rispetto a questo per avere un dibattito che sia in grado di produrre reali cambiamenti. Ora sta ampliando la sua analisi quando si confronta con l’islam per avere maggiori diritti dei cristiani che sono perseguitati nei paesi musulmani. Per avere reciprocità. Il che è giusto. Ma non vede necessariamente l’islam e il cristianesimo come eterni nemici.
Lei, in un recente articolo sull’“International Herald Tribune”, ha sostenuto che Benedetto XVI «vuole separare la chiesa dallo stato senza separare la politica dalla religione.»
Normalmente quando abbiamo un’alleanza tra stato e chiesa quello che accade è che lo stato a dettare i suoi parametri. In questi casi è un disastro.
Pensiamo a quando la chiesa ortodossa divenne chiesa nazionale. In Serbia e in Russia, dove si legò al razzismo e al nazionalismo e cessò di diventare testimone del messaggio universale cristiano. Ecco, questo è ciò che intendo quando dico che Benedetto XVI vuole separare la chiesa dallo stato. Che vuole separare il messaggio universale cristiano della chiesa da gruppi razziali, territori geografici, o organizzazioni statuali.
Interessante è che lo stesso sta dicendo all’islam. Così come la cristianità è diventato corrotta dall’associazione con lo stato, così è per l’islam nel suo appoggio al potere politico. L’obiettivo è separare queste forme di dipendenza tra potere dello stato e autorità religiosa.
Ma questo non vuole dire che la religione dovrebbe essere privatizzata o ridotta a una sfera domestica, piuttosto che potrebbe operare in una via genuinamente politica. E potrebbe iniziare a contestare lo stato e protestare su terreni comuni a tutti gli esseri umani, oltre le razze, le classi, le nazionalità. Con la finalità di arrivare a una critica genuinamente condivisa verso la cultura moderna e i paradigmi della modernità.
La chiesa non è estranea alla politica, se pensiamo al caso italiano…
Dipende dal concetto del cristianesimo.
Per me c’è stata quello che chiamo “deformazione costantiniana”. Il messaggio di Cristo è stato in un certo senso corrotto quando Costantino divenne imperatore. Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale.
Ciò che accadde fu che la logica dell’impero romano sostituì la logica della chiesa cristiana. Se non si rispettava la versione ufficiale iniziavi ad essere ostracizzato o rimosso dagli incarichi pubblici. Proprio in quel momento il cristianesimo iniziò a sbagliare. E la nozione di dominio assoluto e di obbedienza assoluta derivano dalla logica dell’impero romano. Quando si dice che la chiesa cristiana ha conquistato l’impero romano secondo me si sbaglia, è l’esatto contrario.
Abbiamo preso la versione sbagliata dell’universalismo cristiano dall’impero romano.
Insomma, sono assolutamente in favore di un cristianesimo politico ma non penso che tale versione dovrebbe provenire dall’impero romano.

Europa Quotidiano, sabato 2 novembre 2006. (qui in pdf dalla rassegna della Camera)