Monday, December 04, 2006

«Le grandi fedi contro l’ateismo. Il papa guarda avanti». Parla Phillip Blond

IL VIAGGIO IN TURCHIA  IL PROGETTO RELIGIOSO DI BENEDETTO XVI SECONDO IL TEOLOGO DEL ST. MARTIN’S COLLEGE DI LANCASTER

di STEFANO BALDOLINI

Unire le grandi religioni monoteiste nella critica all’ateismo e al secolarismo, evitare sia l’assolutismo che il relativismo, separare la religione dallo stato ma non dalla politica. Questi per Phillip Blond, senior lecturer in religione e filoso fia al St.Martin’s College di Lancaster, gli obiettivi a lungo termine di Benedetto XVI. Obiettivi espressi chiaramente nella visita in Turchia, tappa fondamentale di un percorso «necessario».
Qual è il bilancio della visita in Turchia di Benedetto XVI?
È stato un grande successo. Benedetto XVI sta estendendo il suo grande progetto religioso: unire le grandi religioni monoteiste nella critica all’ateismo e al secolarismo. In questo senso ha sempre visto l’islam come un alleato. Ciò che è andato male nella teologia è che islam, giudaismo e cristianesimo sono caduti sotto il potere dello stato. Quando la religione diventa fonte di violenza vengono usati criteri non religiosi cha fanno appello allo stesso bisogno di violenza. In parole povere, la violenza nella religione proviene dalla secolarizzazione, non dalla religione stessa.
Il papa sta facendo appello in tutti i paesi per esplicitare tale paradigma. La cosa interessante è che ha portato tale processo nel più secolare degli stati musulmani: la Turchia. Ha scelto bene.
Ma questa è la parte di un progetto più a lungo termine del papa: separare i monoteismi da ogni perversione relativista.
Eppure dopo la preghiera nella moschea blu sta accadendo un fatto paradossale, che il papa “nemico del relativismo” venga percepito sulla difensiva.
Guardi che in questo Benedetto XVI sta effettivamente seguendo le orme del suo predecessore: non sta affatto innovando. Giovanni Paolo II al muro del pianto di Gerusalemme arrivò quasi a sostenere che il giudaismo è un percorso indipendente verso la salvezza.
Quello che l’attuale papa sta provando a fare è di evitare sia l’assolutismo che il relativismo, e dimostrare che tutte le fedi sono più d’accordo che in disaccordo. In un certo senso è come se dicesse: apriamo un dibattito genuino piuttosto che uno falso. Un dibattito genuino sui modi di pensare relativi delle diverse religioni. Sui modi relativi con cui noi pensiamo il dio differente.
Ecco, in Turchia è stato capace di esprimere questo quando ha parlato di ecumenismo, di avere un solo Dio comune. Che bisogna riconoscere le differenti esigenze e una famiglia unica monoteista.
E penso che effettivamente Benedetto XVI abbia iniziato un dibattito di cui abbiamo bisogno, un dibattito necessario. Ora il progetto è più chiaro.
È andata meglio che a Ratisbona…
Io penso che a Ratisbona avesse ragione.
Con quel discordo il papa voleva dire: l’islam ha un’”autorizzazione” alla violenza. Questo punto portò alle proteste. Ma il discorso venne male interpretato perché in effetti egli estese la stessa “autorizzazione” al cristianesimo.
E noi dobbiamo essere onesti rispetto a questo per avere un dibattito che sia in grado di produrre reali cambiamenti. Ora sta ampliando la sua analisi quando si confronta con l’islam per avere maggiori diritti dei cristiani che sono perseguitati nei paesi musulmani. Per avere reciprocità. Il che è giusto. Ma non vede necessariamente l’islam e il cristianesimo come eterni nemici.
Lei, in un recente articolo sull’“International Herald Tribune”, ha sostenuto che Benedetto XVI «vuole separare la chiesa dallo stato senza separare la politica dalla religione.»
Normalmente quando abbiamo un’alleanza tra stato e chiesa quello che accade è che lo stato a dettare i suoi parametri. In questi casi è un disastro.
Pensiamo a quando la chiesa ortodossa divenne chiesa nazionale. In Serbia e in Russia, dove si legò al razzismo e al nazionalismo e cessò di diventare testimone del messaggio universale cristiano. Ecco, questo è ciò che intendo quando dico che Benedetto XVI vuole separare la chiesa dallo stato. Che vuole separare il messaggio universale cristiano della chiesa da gruppi razziali, territori geografici, o organizzazioni statuali.
Interessante è che lo stesso sta dicendo all’islam. Così come la cristianità è diventato corrotta dall’associazione con lo stato, così è per l’islam nel suo appoggio al potere politico. L’obiettivo è separare queste forme di dipendenza tra potere dello stato e autorità religiosa.
Ma questo non vuole dire che la religione dovrebbe essere privatizzata o ridotta a una sfera domestica, piuttosto che potrebbe operare in una via genuinamente politica. E potrebbe iniziare a contestare lo stato e protestare su terreni comuni a tutti gli esseri umani, oltre le razze, le classi, le nazionalità. Con la finalità di arrivare a una critica genuinamente condivisa verso la cultura moderna e i paradigmi della modernità.
La chiesa non è estranea alla politica, se pensiamo al caso italiano…
Dipende dal concetto del cristianesimo.
Per me c’è stata quello che chiamo “deformazione costantiniana”. Il messaggio di Cristo è stato in un certo senso corrotto quando Costantino divenne imperatore. Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale.
Ciò che accadde fu che la logica dell’impero romano sostituì la logica della chiesa cristiana. Se non si rispettava la versione ufficiale iniziavi ad essere ostracizzato o rimosso dagli incarichi pubblici. Proprio in quel momento il cristianesimo iniziò a sbagliare. E la nozione di dominio assoluto e di obbedienza assoluta derivano dalla logica dell’impero romano. Quando si dice che la chiesa cristiana ha conquistato l’impero romano secondo me si sbaglia, è l’esatto contrario.
Abbiamo preso la versione sbagliata dell’universalismo cristiano dall’impero romano.
Insomma, sono assolutamente in favore di un cristianesimo politico ma non penso che tale versione dovrebbe provenire dall’impero romano.

Europa Quotidiano, sabato 2 novembre 2006. (qui in pdf dalla rassegna della Camera)

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