Monday, July 03, 2006

Contro il pericolo di una ’“Iraq-ification”

AFGHANISTAN  LO SCENARIO DELLE OPERAZIONI INIZIATE NEL DICEMBRE 2001
Contro il pericolo di una ’“Iraq-ification”. Affinché Kabul non finisca come Bagdad
di STEFANO BALDOLINI
Europa Quotidiano, sabato 1 luglio 2006

Quella che si sta delineando come la più vasta operazione Nato mai vista ha per principale avversario un neologismo anglosassone: “Iraq-ification”.
Per dirla con il ministro della difesa tedesco, Franz Josef Jung, che spera che i soldati dell’Isaf possano «evitare che l’Afghanistan diventi un altro Iraq.» Un altro paio di maniche rispetto alla mission originaria stabilita nel dicembre del 2001 dalla conferenza di Bonn, all’indomani della caduta del regime talebano: il compito di «garantire un ambiente sicuro» a tutela dell’allora neonata Autorità afghana.
Un obiettivo tutt’altro che agevole, alla luce delle violenze del 2006, per l’”International Security Assistance Force”, la prima missione nella storia della Nato fuori dall’area euro-atlantica.
Che si configura come una missione in progress dove i contorni e le mutazioni sfumano. Tecnicamente non una forza dell’Onu, ma dislocata sotto il mandato del Consiglio di sicurezza, (risoluzione 1386 del 20 dicembre 2001). Iniziata come missione multinazionale, con comando a rotazione ogni sei mesi, dall’agosto 2003 il contingente passa alle dipendenze della Nato.
In principio limitata a Kabul e dintorni, in seguito alla risoluzione 1510 del 13 ottobre 2003 estende il raggio d’azione.
Oggi (fonti Nato) «copre circa il 50 per cento» del territorio del paese, tra Kabul, il nord e l’ovest del paese.
Sempre secondo Bruxelles, all’inizio di giugno impiega circa 9.700 unità da 37 paesi (Nato e non). Il numero di soldati inviati cambia secondo criteri di rotazione delle truppe.
I quattro paesi con il maggior numero di uomini impiegati sono la Germania (più di 2.400), l’Italia, che partecipa alla missione sin dalla sua costituzione (più di 1.100 tra Kabul ed Herat), il Regno unito (più di 900), e la Francia (più di 800).
Ma i dati sono in evoluzione.
L’annuncio della Nato di inviare in primavera seimila militari addizionali nel sud del paese controllato dai talebani risale infatti all’8 dicembre scorso.
Contestualmente Washington annuncia per lo stesso periodo un ritiro di circa 4 mila uomini dalla regione.
La duplice decisione arriva dopo l’escalation drammatica del 2005 (oltre duemila morti) e alla vigilia della cosiddetta “fase 3” di espansione nel turbolento sud del paese (sempre più instabile a causa di un “risveglio” dei talebani) programmata per la primavera del 2006.
Come reazione i talebani stessi iniziano a colpire gli obiettivi Nato. Attacchi suicidi a Kabul e a Kandahar prendono di mira le forze di peace-keepingcon la deliberata intenzione di spaventare e dividere la comunità internazionale, europei in primis.
Sull’opportunità di annunciare pubblicamente la strategia, sul timing e sull’esigenza di “irrobustire” le regole di ingaggio dei militari impegnati nella missione, s’interrogano in dibattiti pubblici tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 i governi coinvolti.
Non l’Italia, che se la cava con un maxiemendamento per il rifinanziamento inserito nella Finanziaria del 2005 (passata imponendo la fiducia). Forse solo il Canada ha fatto peggio. Dopo settimane di pressioni da parte d’opinione pubblica e opposizione, il presidente del consiglio Stephen Harper solo in aprile concede l’agognato dibattito per poi ammantarlo di retorica.
Poi lo scorso 8 giugno a Bruxelles, i ministri della difesa dei paesi Nato confermano congiuntamente l’aumento delle truppe, che dovrebbero pressochè raddoppiare passando a 17 mila unità.
Questo permetterebbe agli Stati Uniti un parziale rientro del proprio contingente schierato nell’operazione “Enduring Freedom” e la copertura da parte della Nato del sud del paese.
Proprio il coordinamento e la sovrapposizione con la campagna lanciata dagli Stati Uniti all’indomani degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, è uno dei nodi da sbrogliare per risolvere la sempre più complicata matassa afghana.
Il passaggio di consegne tra le due operazioni, previsto per questo luglio, dovrebbe rendere la missione Isaf pienamente operativa, sino alla sua scadenza, tra tre anni.

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